Il progetto del suolo/sottosuolo nella rigenerazione della città contemporanea

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L’abitazione e le sue forme aggregative nella nuova dimensione metropolitana: la sperimentazione architettonica contemporanea in Europa

ABITARE A CORTE.
RILETTURE CONTEMPORANEE DELL’ISOLATO RESIDENZIALE A BLOCCO

I. Santarelli

Abstract
L’obiettivo di questo contributo è quello di indagare il rapporto tra il blocco residenziale a corte e la costruzione dello spazio urbano dell’isolato contemporaneo. L’edificio a corte, come possibile misura di un impianto morfologico urbano, si confronta da sempre con i concetti di isolato e di tracciato viario, nonché con un’indiscussa riconoscibilità dei suoi spazi come unità minime del disegno della città. Attraverso il confronto tra i tratti distintivi del blocco residenziale tradizionale e i lineamenti del sistema insediativo a corte contemporaneo, si vuole circoscrivere una riflessione che verifichi il rapporto tra scelte morfologiche e caratteri tipologici e distributivi.
Nella città contemporanea, quello del blocco a corte sembra essere un tema tanto aperto quanto incapace di fornire una risposta progettuale univoca, incline tanto ad unire indifferentemente diverse tipologie quanto a cimentarsi con la grande dimensione, mettendo in discussione il proprio assioma di isolato chiuso e compatto.
I casi studio presi in esame, selezionati in virtù della loro capacità narrativa nei confronti della rottura linguistica e morfologica dell’isolato tradizionale, individuano nuove identità per il tipo a corte contemporaneo basandosi sull’analisi della complementarità logico-espressiva di due ordini di caratteri: aperto/chiuso, compatto/poroso.
In che modo e con quale portato urbano la corte tradizionale, chiusa e addensata nell’internità del proprio cortile-retro, si apre oggi verso la realtà urbana e la vita pubblica?
 

Premessa

Un interno riparato e collettivo che valorizza lo spazio aperto con nuove qualità. Un affaccio quieto e appartato che a volte capovolge le norme di distribuzione dei locali della casa, privilegiandone un’intima internità. L’edificio a corte, come unità morfologica minima del processo di strutturazione urbana, si confronta da sempre con i concetti di isolato e di tracciato viario, nonché con un’indiscussa riconoscibilità dei suoi spazi come segni di un vivere collettivo.

Osservando il cospicuo repertorio di progetti e realizzazioni di carattere residenziale che, negli ultimi decenni, ha mutato il volto delle più grandi città europee, si riscontra che la logica insediativa dell’isolato a blocco e il modello geometrico della corte, declinati in tutte le loro possibili varianti, si confermano oggi come presenza ricorrente nel tessuto urbano della città contemporanea. E’ una sorta di “pacificazione ideologica” quella che la città ha ingaggiato nei confronti dell’edificio residenziale a corte, il cui “recinto”, a dispetto della sua apparente inattualità, continua ad esprimere quel gesto elementare dell’appropriazione dello spazio, che è alla base della formazione della città mediterranea , generando, allo stesso tempo, significazioni spaziali del tutto nuove, come segni tangibili di un tempo e di un vivere collettivo oggi incapaci di mantenere a lungo la propria forma.

1. La corte nella cultura contemporanea
Dagli ensemble a un’architettura di relazioni

Fin dall’inizio del ventesimo secolo il tipo insediativo a corte, considerato una vincente strategia risolutiva per problemi di ordine quantitativo e igienico nella residenza collettiva in ambito urbano, lega strettamente le proprie maglie alla formazione della moderna città industriale, garantendone il controllo del disegno urbano, in continuità con la città storica.
Questo tipo di forma urbana, declinata per tutto il corso dell’Ottocento e parte del Novecento, si lega sovente alla creazione ex-novo di grandi brani di città: nel caso del Plan Cerdà per l’ampliamento di Barcellona, il blocco residenziale a corte è l’elemento base del piano di espansione; nel Plan Zuid di Berlage per Amsterdam sud , la scelta tipologica dell’isolato a corte determina una rassicurante riconoscibilità dell’ambiente urbano; nei progetti di case economiche elaborati dall’Istituto per le Case Popolari di Milano (1908-1920), gli ensemble di corti generano spazi non più pubblici e attraversabili ma privati e appartati, destinati alle colture dell’orto e quindi più domestici e introversi. E se, negli anni tra le due guerre, la rinuncia alla memoria storica del Movimento Moderno manda in frantumi l’idea di corte come generatrice di forma urbis, la forma chiusa dell’isolato riaffiora negli anni Cinquanta e Sessanta grazie alle nuove organizzazioni spaziali dei quartieri residenziali e delle nuove forme dell’abitare collettivo.
Dagli anni Ottanta ad oggi un numero sempre maggiore di progettisti di alto profilo ha scelto di rivolgersi nuovamente a questa logica insediativa, sia in qualità di elemento privilegiato d’indagine dello spazio urbano contemporaneo, sia perché “formula magica” in grado di rendere avverabile un abitare verde, tranquillo, sostenibile e salubre anche se in centro città. Nel panorama europeo contemporaneo gli esempi di accattivanti riletture del tipo edilizio a corte sono moltissimi, dai recenti quartieri sub-urbani di Madrid al quartiere Céramique di Maastricht, dalle Zac (Zone d’Aménagement Concerté) parigine ai blocchi a corte dei recenti Pru (Piani di riqualificazione urbana) milanesi.

In alto da sinistra a destra, isolati dell’Eixample di Barcellona, 1859-1900 e veduta del Plan Zuid di Berlage, 1900-1917; in basso, Quartiere Céramique di Maastricht e PRU Area ex-maserati a Milano, 1996-2013.

In alto da sinistra a destra, isolati dell’Eixample di Barcellona (1859-1900) e veduta del Plan Zuid di Berlage (1900-1917); in basso, Quartiere Céramique di Maastricht e PRU Area ex-maserati a Milano (1996-2013).

Questa persistenza del tipo residenziale a corte dimostra che, nonostante alcuni significativi intervalli, la lenta evoluzione di questo tipo urbano non si arresta mai. Il blocco a corte, infatti, muta progressivamente il proprio rapporto con il suolo, con il limite e con l’ambiente urbano assecondando i mutamenti della cultura del progetto, fin’anche alla contraddizione dei propri lineamenti e alla negazione della propria nozione tradizionale di “recinto” in favore dell’isolato aperto. Il suo itinerario nella modernità è come un filo rosso in grado di tendersi, senza soluzione di continuità, tanto dinanzi ai fenomeni dell’inurbamento della città ottocentesca quanto dinanzi all’attualità sociale della liquidità bahumaniana . Questo perché il tipo insediativo a corte non è un’architettura di oggetti, bensì di relazioni. I suoi caratteri distintivi emergono infatti dall’osservazione dei suoi rapporti con la città, con la dimensione socio-collettiva e con il tessuto morfologico e non è la sua “forma urbana” a determinarne la continuità nel tempo, bensì la sua capacità adattiva e ri-codificativa nel relazionarsi alla vita socio-collettiva.
Edificio/strada, interno/esterno, pubblico/privato. Queste le relazioni che, decomponendosi e ricomponendosi rapidamente, in modo vacillante e a volte incerto, concorrono a definire il tipo a corte nella città contemporanea:

• edificio/strada. La relazione di reciproca influenza tra costruzione e strada si fonda sull’opposizione e sulla differenza tra il suo perimetro (limite), a diretto confronto con la strada, ed il suo centro (nucleo), con un conseguente orientamento introverso degli alloggi;
• esterno/interno. La natura dello spazio racchiuso ed il suo rapporto con la città variano rimodulandosi coerentemente al mutare delle istanze psico-sociali, dando vita a rapporti dialettici tra lo spazio privato, proprio delle abitazioni e lo spazio esterno della strada;
• pubblico/privato. La combinazione basata sull’uso del cortile (pubblico, semipubblico, privato) fra sistemi di accessi e percorsi di attraversamento, determina il carattere della corte stessa: retro introverso e privato o piazza pubblica adibita a parco.

E’ proprio la mutevolezza di queste relazioni a far emergere i nodi problematici specifici della residenza a corte nei contesti urbani e a portare alla luce la permanenza e le trasformazioni di questa particolare struttura morfo-tipologica.

2. La rottura della fortezza
Organismi chiusi e sistemi aperti

La recente ripresa della sperimentazione architettonica sull’isolato urbano e sul tipo a corte ha determinato negli ultimi anni un “ritorno al blocco” per la città contemporanea. Tuttavia, le forme chiuse e addensate dell’isolato-fortezza del modello industriale ottocentesco hanno lasciato il passo a sistemi aperti o semi-aperti permeabili, in sintonia con la necessità della città contemporanea di acquisire spazi di intermediazione tra pubblico e privato e di consentire quella mixité funzionale imperniata sulla trasversalità e sulla crescita sistemica della città. La trasformazione dei modi di vivere richiede modificazioni degli spazi per abitare che si evolvono scomponendosi, dilatandosi e assecondando così l’indeterminatezza della città contemporanea.
E’ Christian de Portzamparc, nel corso degli anni Settanta, il primo a declinare la teoria dell’îlot ouvert (l’isolato aperto), opponendosi con risolutezza al blocco haussmanniano e al piano libero lecorbuseriano dei grandi blocchi. Concretizzata per la prima volta negli alloggi popolari parigini delle Hautes-Formes (1974-1980), la rarefazione dell’isolato si compie nella frammentazione del blocco a corte in sette edifici che, uniti tra loro solo da arcate e porte, si affacciano su un grande passage aperto e su una piazza quieta e riparata ma aperta alla città.
Ed è proprio questo processo di frammentazione ad instaurare quel rapporto dialettico tra spazio privato e spazio pubblico, tra introversione e permeabilità, tra schermatura e apertura alla base delle successive sperimentazioni su scala europea.
A Barcellona i tre blocchi residenziali realizzati da Carlos Ferrater nei pressi della Villa Olímpica (1989-92) in un distretto industriale dismesso, sono un esempio emblematico di riscrittura contemporanea del tracciato ottocentesco, aprendone però le maglie e sovrapponendone le funzioni, affinché il blocco perimetrale e la corte si relazionino alla città in maniera permeabile e vicendevole.
Ferrater si pone in netta coerenza con la griglia morfologica del Plan Cerdà, del quale l’intervento occupa tre lotti, assecondandone il principio ottocentesco additivo degli isolati in sequenza, ma interrompendo la continuità dei corpi di fabbrica con ampi varchi in successione gli uni rispetto agli altri, generando un asse trasversale che unisce le tre corti. Le aperture e gli svuotamenti operati nei blocchi culminano nel terzo isolato, la cui corte, completamente aperta perché incompleta nel suo perimetro, diviene una piazza pubblica con centro commerciale. La manzana-cerrada cerdiana si apre quindi alla permeabilità, alla mixité e all’ibridazione tipologica, realizzando una sostanziale reinterpretazione dello spazio “avvolto” che, inteso non più come vuoto ma come sistema, concorre affinché lo spazio urbano sia fluidamente partecipe di un rapporto variabile e assiduamente allacciato tra architettura dell’edificio e intorno.

A sinistra, Christian de Portzamparc, isolato aperto  delle Hautes-Formes (Parigi 1974-1980); a destra, Carlos Ferrater, tre isolati residenziali alla Villa Olimpica (Barcellona 1989-1992).

A sinistra, Christian de Portzamparc, isolato aperto delle Hautes-Formes (Parigi 1974-1980); a destra, Carlos Ferrater, tre isolati residenziali alla Villa Olimpica (Barcellona 1989-1992).

I blocchi e gli isolati della città contemporanea, dunque, sembrano esprimere la reciprocità tra pubblico e privato dilatando i propri confini, aprendosi all’ambiente urbano e interagendo con la città non più come dispositivo separato e immobile ma con fluenza e permeabilità. Questo perché nel blocco a corte le soluzioni progettuali non scaturiscono più da assunti tipo-morfologici, ma da opportune strategie e con l’intento di confrontarsi con argomenti ben precisi: soglie, flussi, reciprocità, paesaggio.
Tra le innumerevoli riletture in chiave contemporanea del rapporto tra blocco a corte e città si vedano, ad esempio, le residenze sociali Louis Blanc a Parigi di ECDM Architectes , dove il nuovo volume si solleva da terra grazie ad una foresta di pilotis inclinati, scoprendo l’ingresso alla verde corte semi-aperta già dalla strada, in modo che l’ambiente urbano vi si relazioni in modo naturale. Oppure si consideri la grande corte-piazza del Central Saint Giles di Londra, delimitata da un basamento trasparente quasi smaterializzato, e attraversata da passaggi pedonali che esaltano la permeabilità del complesso aperto al pubblico, attorno alla quale gli edifici dell’isolato si dispongono come volumi autonomi.
Il blocco a corte, nella vicenda contemporanea della residenza, scopre anche il paesaggio, confrontandosi per la prima volta con l’ampio tema del rapporto con la natura e con la lettura della stessa come orizzonte indispensabile della ricerca architettonica contemporanea.

A sinistra, Renzo Piano, Central Saint Giles, veduta aerea e pianta dell’attacco a terra (Londra 2001-2010); a destra, Christoph Mayr Fingerle, Blocco EA7 del complesso residenziale CasaNova (Bolzano, 2006-08).

A sinistra, Renzo Piano, Central Saint Giles, veduta aerea e pianta dell’attacco a terra (Londra 2001-2010); a destra, Christoph Mayr Fingerle, Blocco EA7 del complesso residenziale CasaNova (Bolzano, 2006-08).

Al suono dello slogan “Abitare nel parco”, Christoph Mayr Fingerle realizza a Bolzano nel 2008 il “castello” EA7 del Complesso CasaNova, blocco residenziale basato sul principio della corte costruito secondo criteri di sostenibilità energetica (certificazione CasaClima A) e di progettazione partecipata. Il progetto si pone l’obiettivo di risolvere il delicato rapporto città-campagna, avviando un dialogo con il paesaggio vicino e cercando di creare le condizioni ottimali per la formazione di micro-comunità. La forma sghemba della corte si qualifica con frequenti aperture “di scena” verso i frutteti circostanti e le cime montuose, aprendone la prospettiva come un cannocchiale sul paesaggio e richiamando la pendenza del profilo montuoso circostante nelle coperture inclinate, segno identitario del territorio trentino.
La complessità di questo progetto, dalle tipologie abitative convenzionali, si gioca tutta sulle relazioni tra pubblico e privato e tra sopra e sotto-suolo. L’irregolare corte interna infatti, con il suo sapiente intreccio di giardini pubblici e privati, non è l’unico luogo di incontro per lo svolgimento della vita comunitaria. Gli ampi atri dei garage interrati, progettati non solo come ambiti di passaggio ma come vere e proprie piazze sotto-quota nelle quali sostare, si trasformano in suggestivi spazi collettivi illuminati e ventilati naturalmente da grandi aperture sul parco. La corte, oltre ad aprirsi al paesaggio, si sdoppia, riproponendosi nel sottosuolo e generando una dimensione pubblica complessa, dalle suggestive esperienze spaziali.

Renzo Piano Building Workshop, Quartiere Le Albere a Trento. A sinistra immagine di una delle corti.

Renzo Piano Building Workshop, Quartiere Le Albere a Trento. A sinistra immagine di una delle corti.

A Trento Le Albere di Renzo Piano si confrontano con gli elementi naturali del contesto circostante, avviando un armonioso dialogo con il fiume e le montagne, traendone continua ispirazione e privilegiandone la lettura da ogni angolazione degli ampi cortili. Il progetto viene concepito proprio come un “pezzo di città”, dove la mixité funzionale (residenziale, terziario e commerciale) genera strade, piazze, giardini e verdi cortili relazionati tanto alle aree di pertinenza dei blocchi residenziali quanto al Museo della Scienza (MUSE), senza soluzione di continuità tra pubblico e privato. L’intera area è scandita da blocchi in linea, siti lungo l’asse della ferrovia e destinati alle funzioni non residenziali, e a corte, caratterizzati da diversi “tagli” o passaggi che consentono una comunicazione continua tra strade e giardini condominiali interni. Gli edifici dei blocchi a corte godono di un doppio affaccio, rivolgendo i propri ambienti sia sulla strada pubblica e sul parco, sia verso gli spazi di verde privato all’interno delle corti, con un sistema isotropo di affacci di ambiti privati su spazi pubblici, semi-pubblici e privati. I cortili, accessibili anche ai non residenti e permeabili, assumono i caratteri di una piazza e possono essere attraversati suggerendo alternativi percorsi nel verde per raggiungere il parco.

3. Membrane osmotiche dell’abitare
Blocchi compatti e sistemi porosi

Se la corte ha ormai definitivamente perso l’antica funzione di statico “retro” domestico ed è oggi sempre più assimilabile a una dinamica e spigliata piazza urbana, il blocco perimetrale si relaziona a questa inversione ri-modulando la propria consistenza fisica e ri-scrivendo il rapporto tra i propri pieni e vuoti in maniera del tutto inusitata.
A seconda della consistenza dei livelli volumetrici e materici del blocco o della rarefazione di entrambi i parametri, la città contemporanea si confronta con blocchi a corte “compatti” o “porosi”.
Ad esempio l’edificio a corte Botania , realizzato da Frits van Dongen già autore del celebre The Whale ad Amsterdam, segue la logica del blocco compatto, definendo l’isolato con una volumetria imponente dall’indiscussa consistenza fisica, la cui stereometria risoluta e severa cinge del tutto la corte interna. Poroso è invece il complesso Nordlyset realizzato da C.F. Møller Architects a Copenhagen nel 2006, che, puntando su una volumetria alleggerita da un gioco di vuoti sfalsati, rinuncia alla rigidezza dei propri spigoli e alla materialità della propria stereometria, per abbracciare l’effetto formale di una trama aperta che alterna superfici murarie piene a trasparenze cromatiche eteree. I vuoti sono interpretati come piccole logge private condivisibili da più appartamenti e anche come luoghi di transito e di relazione, dove la creazione di balconi e passerelle favorisce la ventilazione e l’illuminazione naturali.
Sugli stessi principi di erosione e permeabilità si basa il progetto dello studio ACM Arquitectura per alloggi a basso costo nel quartiere di Carabanchel di Madrid, area che da circa un decennio è divenuta un vero e proprio campo di sperimentazione sul tema del social housing.
Il blocco “poroso” realizzato dallo studio ACM circoscrive un isolato residenziale aperto, perforato ed eterogeneo, che protegge una corte semi-pubblica al proprio interno consentendone allo stesso tempo la connessione con il resto dell’ambiente urbano, visibile attraverso le ampie forature al piano terra. Il blocco, pur avendo una struttura essenzialmente chiusa, presenta prospetti altamente permeabili, generati dall’accatastamento di una serie di coloratissimi container industriali gli uni sugli altri che, sovrapposti su cinque livelli, danno vita a cellule abitative di grandezza e taglio variabili. Le abitazioni beneficiano tutte di un doppio affaccio e sono separate tra loro da patii in quota – spazi privati aperti e coperti sempre attigui a cucina e soggiorno – che, attraversando l’intero spessore del corpo di fabbrica, generano una serie di perforazioni allocate ad ogni piano in posizione differente.
Se in questo caso, come nel complesso Nordlyset, è il principio di sottrazione a determinare la porosità del blocco, la compattezza del progetto di Coco Arquitectos per la realizzazione di 168 alloggi popolari sempre a Carabanchel, è invece generata dall’applicazione del principio di addizione.
L’imponente volume, addensato materico e coeso, si caratterizza per gli aggetti delle “stanze appese”, volumi talmente protesi verso l’esterno da farne istintivamente dubitare, che aggiungono ai piccolissimi appartamenti un locale in più. Il blocco, sviluppato parallelamente alla pendenza del suolo, ricalca fedelmente tutto il perimetro dell’isolato e si chiude su se stesso definendo al proprio interno un’ampia corte adibita a giardino privato e riparata dai clamori della città, sulla quale si affacciano gli alloggi. Tutte le cellule abitative, anche se di dimensioni minime, beneficiano dell’ampio sviluppo di facciata che consente una doppia esposizione di tutte le stanze. La tipologia del blocco a corte, qui più che mai riconoscibile nella sua compattezza, ribadisce in questo progetto i suoi tradizionali caratteri di chiusura, introversione e monoliticità.

In alto a sinistra, C.F. Møller Architects, Complesso residenziale Nordlyset (Copenhagen 2006); a destra, Studio ACM, 82 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2009). In basso a sinistra, Coco Arquitectos, 168 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2007-2010), a destra, MVRDV con Blanca Lleó Asociados, complesso Celosía a Sachinarro (Madrid 2010).

In alto a sinistra, C.F. Møller Architects, Complesso residenziale Nordlyset (Copenhagen 2006); a destra, Studio ACM, 82 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2009). In basso a sinistra, Coco Arquitectos, 168 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2007-2010), a destra, MVRDV con Blanca Lleó Asociados, complesso Celosía a Sachinarro (Madrid 2010).

Ma cosa accade quando le dimensioni dell’architettura si ingigantiscono? Può un organismo a corte totalmente filtrante ricostituire, proprio grazie alla sua trama aperta, le qualità tipiche di questo modello residenziale? Può la porosità annullare l’effetto collaterale della grande dimensione di straniamento ed esclusione sociale?
Un valido esempio in tal senso è il complesso Celosía che, realizzato nel 2010 dagli olandesi MVRDV con Blanca Lleó Asociados a Madrid, occupa oltre ventunomila metri quadrati di superficie e realizza 146 appartamenti in dieci piani di altezza. Dimensioni e quantità pari circa al doppio rispetto agli esempi precedentemente osservati. Il blocco sorge nel quartiere Sachinarro, a poca distanza dal celebre Edificio Mirador degli stessi autori, che, con la sua corte sospesa a mezz’aria, si impone sulla città con una massa monolitica e compatta. Per Celosía la soluzione scelta prevede una combinazione di cellule abitative scatolari aggregabili tra loro, i cui incastri e slittamenti realizzano vuoti architettonici alti due piani. Tali vuoti divengono piccole piazze, logge condivise da più appartamenti, passerelle, luoghi pubblici e semi-pubblici di relazione e transito, ricreando in quota le medesime funzioni sociali della corte. Alla corte, privata del suo carattere introverso, si accede attraverso una serie di svuotamenti volumetrici del basamento analoghi a quelli realizzati in alzato, grazie ai quali lo spazio centrale diviene piazza pubblica, attraversabile, vivibile, permeabile e collegata al tessuto urbano.
Si conclude allora che la porosità di un modello residenziale a corte, intesa come relazione biunivoca tra massa e permeabilità, oltre a creare degli ambiti di accesso/filtro totalmente inediti, può consentire la gestione della sfida contemporanea relativa alla grande dimensione, creando spazi sempre nuovi, smaterializzando la matericità del muro e degli involucri e risemantizzando il vuoto come presenza architettonica.

Considerazioni conclusive

Abbiamo osservato che, ognuno a proprio modo, oggi gli edifici residenziali a corte si aprono verso la realtà urbana, con la quale si confrontano attraverso sistemi di saturazione ad alta densità sempre più estroversi, mixité funzionale e spazialità virtuose degli ambiti interni al blocco. Abbiamo inoltre visto che nella relazione tra blocco perimetrale, corte e realtà urbana si gioca l’equilibrio instabile delle reciprocità contemporanee tra pubblico e privato, aperto e chiuso, poroso e compatto, grande e piccolo.
Le nuove identità dell’isolato urbano e del blocco a corte sembrano quindi risiedere non tanto e non solo in nuove articolazioni tipo-morfologiche, quanto nella continua dialettica con la città e nella capacità di ri-configurare continuamente il proprio assetto formale, nel tentativo di dare risposta alle problematiche in continua evoluzione del vivere associato e della cultura collettiva.

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Strutture Romane. Montuori, Musmeci, Nervi

MAXXI ROMA | 17 aprile – 5 ottobre 2014
Sala Centro Archivi di Architettura | a cura di Margherita Guccione e Tullia Iori

QUALCHE RIFLESSIONE SULL’EREDITÀ DELLA SCUOLA ITALIANA DI INGEGNERIA

Negli anni sessanta, uno stretto rapporto tra ricerca tecnico-scientifica e sviluppo infrastrutturale determina per l’ingegneria italiana un periodo di grande successo.
Le immagini della cupola nervata del Palazzetto dello Sport, dei telai in cemento armato a due cerniere dello Stadio Flaminio e dei pilastri a sagoma variabile del viadotto di corso Francia, realizzati da Pier Luigi Nervi per le Olimpiadi romane del 1960, fanno rapidamente il giro del mondo veicolate dalle più importanti riviste del settore. Le realizzazioni del ponte sull’Arno a Incisa di Silvano Zorzi (1962) e dei ponti strallati di Riccardo Morandi sulla laguna di Maracaibo in Venezuela (1962) e sul Polcevera a Genova (1964), segnano il culmine della ricerca italiana sul calcestruzzo armato precompresso, consacrando la grande struttura come elemento identitario dell’ingegneria made in Italy nel mondo.

Pierluigi Nervi: Palazzetto dello sport  (1957) e Viadotto di Corso Francia a Roma (1960); Morandi: Ponte sul Polcevera a Genova (1964)

Pierluigi Nervi: Palazzetto dello sport (1957) e Viadotto di Corso Francia a Roma (1960); Riccardo Morandi: Ponte sul Polcevera a Genova (1964)

Questa virtuosa serie di successi culmina nel 1964, anno in cui l’inaugurazione del traforo del Gran San Bernardo e dell’Autostrada del Sole guidano l’ingegneria italiana all’avamposto della ricerca e della sperimentazione mondiali. Ne è prova il ruolo trainante che l’Italia vanta alla mostra Twentieth Century Engineering, allestita al MOMA di New York in quello stesso anno, dove, accanto alle già note realizzazioni di Nervi, Morandi e Zorzi, vengono presentate opere di un alto numero di professionisti sconosciuti al grande pubblico – come Carlo Cestelli Guidi, Franco Levi, Arrigo Carrè e Giorgio Giannelli – afferenti alla Scuola italiana di Ingegneria.

Silvano Zorzi, viadotto sul torrente Teccio, A6 Torino-Savona. Uno degli esempi migliori di quanto l’ingegneria italiana tra gli anni ’50 e i ’70 del Novecento fosse all’avanguardia nel mondo.

Silvano Zorzi, viadotto sul torrente Teccio, A6 Torino-Savona. Uno degli esempi migliori di quanto l’ingegneria italiana tra gli anni ’50 e i ’70 del Novecento fosse all’avanguardia nel mondo.

Tuttavia, all’acme di questa virtuosa traiettoria segue un’involuzione rapida ed improvvisa.

Il disastro del Vajont, il lento declino dell’ISMES e la simultanea scomparsa di due dei più grandi maestri della Scuola italiana di ingegneria, Gustavo Colonnetti e Arturo Danusso, segnano l’inesorabile fine della straordinaria quanto fugace parabola ingegneristica italiana, sulla quale cala un sipario di oblio e silenzio.

Pier Luigi e Antonio Nervi, Aula delle udienze pontificie, Città del Vaticano, Roma (1963 1971).

Pier Luigi e Antonio Nervi, Aula delle udienze pontificie, Città del Vaticano, Roma (1963 1971).

Nel 1997, alla retrospettiva L’art de l’ingénieur allestita al Centre Pompidou, sono ancora le immagini dei prodigi strutturali di Nervi e Morandi a ritrarre l’ingegneria italiana della seconda metà del Novecento che, inspiegabilmente priva di eredi e vittima di un mancato processo di storicizzazione, si sottrae alla contemporaneità, lasciando il plauso alle tensostrutture di Frei Otto, alla nuova cultura costruttiva high-tech di Richard Rogers e Norman Foster e all’immaginazione costruttiva di Ove Arup & Partners.

Ci si domanda, allora, quali siano le ragioni di una simile uscita dalle scene internazionali e di una tale sistematica esclusione della Scuola italiana di ingegneria dalla prospettiva storica. Ci si domanda cosa ne sia stato della straordinaria ricerca sulla prefabbricazione strutturale, sulla sperimentazione dei sistemi in armatura pretesa in contesti cantieristici artigianali e sulla realizzazione delle volte sottili? Cosa è accaduto a quella profetica linea di ricerca sulle potenzialità espressive del calcestruzzo armato che, negli anni settanta, culmina nei gusci membranali del Ponte sul Basento di Musmeci? Non solo il grande pubblico, ma anche il settore specialistico sembra oggi non conoscere la lunga tradizione culturale e progettuale italiana nel campo dell’ingegneria civile ed edile. Lacuna, questa, da cui emerge la necessità di un’attenta disamina, tanto del pregiato patrimonio italiano di ponti, viadotti e grandi coperture, quanto dell’importante eredità didattica, progettuale e scientifica che la Scuola italiana di ingegneria può offrire alla contemporaneità.

Sergio Musmeci, Ponte sul Basento (Potenza), 1969.

Sergio Musmeci, Ponte sul Basento (Potenza), 1969.

A tal proposito, è in mostra al MAXXI di Roma fino a ottobre 2014 una selezione di studi, progetti, modelli, disegni, video d’epoca e fotografie della collezione relativa agli ingegneri del XX secolo del Centro Archivi del Maxxi. Inoltre, in occasione della mostra, il Centro Archivi ha organizzato questa primavera un ciclo di incontri, in ambito dei quali il 6 maggio 2014 si è svolta la conferenza “La Scuola italiana di Ingegneria”, interessante pièce a due voci, durante la quale Sergio Poretti e Tullia Iori – coordinatori della ricerca SIXXI. Twentieth Century Structural Engineering: The Italian Contribution (Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Roma Tor Vergata) – hanno esposto alcuni risultati della ricerca.

Eugenio Montuori, Modello per la Stazione Termini di Roma, 1950.

Eugenio Montuori, Modello per la Stazione Termini di Roma, 1950.

Forse una prima riflessione può inerire proprio a quell’esclusività dell’industria italiana del cemento che tanto riverbera quell’aspetto artigianale e tradizionalmente murario dell’identità cantieristica nostrana.

Se è vero, infatti, che fin dall’inizio del secolo scorso gli studi sulle carpenterie metalliche sembrano essere il più delle volte esclusi dal baricentro della ricerca italiana sulla meccanica delle strutture, è vero anche che la crisi energetica degli anni settanta e il repentino avvento dell’ingegneria high-tech generano un’impasse che investe il Bel Paese, cogliendolo carente di una tradizione cantieristica e produttiva legata alle nuove materialità “leggere” dell’acciaio, del vetro strutturale e dei materiali plastici ecoefficienti. Non è un caso, infatti, che l’ingegneria strutturale made in Italy torni alla ribalta proprio quando la competitività dei settori cementizio e cantieristico risolve le complessità delle grandi strutture in calcestruzzo armato della chiesa romana Dives in Misericordia di Richard Meier (1998-2003), delle sofisticate dinamicità espressive del MAXXI di Zaha Hadid (1998-2009), o delle luminosità del Padiglione Italiano alla Expo 2010 di Shanghai.

Richard Meier, Dives in Misericordia (Roma 1998-2003); Zaha Hadid, Museo MAXXI (Roma 1998-2009); Giampaolo Imbrighi, Padiglione Italiano Expo 2010 Shanghai.

Richard Meier, Dives in Misericordia (Roma 1998-2003); Zaha Hadid, Museo MAXXI (Roma 1998-2009); Giampaolo Imbrighi, Padiglione Italiano Expo 2010 Shanghai.

Ma c’è di più. Ci si potrebbe infatti domandare come sia possibile che, nonostante la memoria dell’ingegneria italiana del Novecento non animi da tempo alcun fervore di studi, l’opera di Pier Luigi Nervi continui a colloquiare con la contemporaneità.

Se l’ingegneria strutturale contemporanea ha da tempo orientato il proprio baricentro verso l’idea di una multipolarità concettuale e costruttiva, nella quale struttura, spazio e forma descrivono un unicum coerente e interattivo, questa visione integrata del progetto trova il suo pioniere proprio nella figura multiruolo di Nervi. E forse è proprio nella straordinaria “intuizione strutturale” della sincronia tra arte e scienza del costruire che la Scuola italiana di Ingegneria dichiara a gran voce la sua contemporaneità.

I. Santarelli

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Shigeru Ban / ARCHITETTURA DI CARTA

Shigeru Ban risponde da oltre vent’anni con la creatività a situazioni estreme provocate da devastanti calamità naturali. I suoi edifici diventano spesso centri comunitari e luoghi spirituali per popoli che hanno sofferto perdite e distruzioni: è accaduto in Ruanda, Turchia, India, Cina, Italia, Haiti, e nel suo paese, il Giappone.

Curtain Wall House a Tokyo (1994-95)

Curtain Wall House a Tokyo (1994-95)

Nota biografica
Shigeru Ban (Tokyo 1957) ha frequentato la Southern California Institute of Architecture e si è laureato alla Cooper Union School of Architecture di Manhattan nel 1984.
E’ stato apprendista di Arata Isozaki dal 1982 al 1983, prima di aprire un proprio studio a Tokyo, la Shigeru Ban Architects, nel 1985.
Nel 1995 ha iniziato a lavorare come consulente per l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite e nello stesso periodo ha fondato una ONG, Voluntary Architects’ Network (VAN).
Noto per i suoi lavori innovativi, come la Curtain Wall House a Tokyo (1994-95), il Padiglione Giapponese all’Expo di Hannover (2000) e il Centre Pompidou-Metz a Parigi (2006-10), Ban dagli anni novanta si dedica a progetti di soccorso post-catastrofe, intervenendo in tutti i luoghi del globo colpiti da terremoti, guerre o tsunami con un’architettura veloce, semplice, resistente ed economica, in grado di dare immediatamente una risposta alla gente in difficoltà.
Quest’anno (2014) ha vinto il Premio Pritzker per l’architettura.

Padiglione giapponese all'Expo di Hannover 2000

Padiglione giapponese all’Expo di Hannover 2000

Centre Pompidou-Metz a Parigi (2006-10)

Centre Pompidou-Metz a Parigi (2006-10)

CARTONE PRECOMPRESSO / riciclato / semplice / leggero / economico
Shigeru Ban ha dimostrato al mondo le infinite potenzialità architettoniche di materiali economici e del tutto naturali, come carta, cartone e bamboo. Ha fatto scuola unendo sperimentazione ed ecologia e ha stupito utilizzando tubi di cartone come pilastri, travi o pareti per case, chiese, musei o ponti, conferendo a strutture ed edifici una sensazione unica di naturalezza ed elasticità.

La tecnica di realizzazione degli elementi costruttivi in cartone precompresso consiste nell’avvolgere la carta riciclata (utilizzando collanti naturali) attorno a un tubo di alluminio. Seccata la carta, il tubo viene sfilato e le colonne così ottenute vengono trattate con la cera e rese impermeabili.

Haiti 2010. Fasi di montaggio per alloggi provvisori con strutture in tubi di cartone

Haiti 2010. Fasi di montaggio per alloggi provvisori con strutture in tubi di cartone

RUANDA / Strutture per alloggi provvisori / 1994
tra le iniziative umanitarie di Ban, c’è quella nei campi profughi del Ruanda dopo che la guerra civile tra tribù ha generato due milioni di sfollati. Ban utilizza tubi di cartone per sostenere le tende fornite dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati. Una soluzione che permette di evitare il taglio di ulteriori alberi per usare pali di legno, mentre quelli di metallo erano già stati venduti dalla popolazione, visto il loro alto valore.

Ruanda, 1999

Ruanda, 1999

KOBE / Paper Houses e Paper Church / 1995
I 50 rifugi temporanei che Ban realizza per i sopravvissuti del disastroso terremoto di Kobe (gennaio 1995) si basano su un sistema di fondazione fatto con casse di birra riempite di sacchi di sabbia, per evitare getti di cls, muri di tubi di cartone e coperture con due strati di tenda tesa.
Convinto il parroco locale della resistenza del cartone, Ban viene incaricato della ricostruzione della chiesa parrocchiale vietnamita cattolica di Takatori distrutta dal sisma. Per la realizzazione del progetto, i materiali vengono donati da aziende e la costruzione, realizzata da 160 volontari, viene completata in cinque settimane. Il progetto comprende 58 tubi di cartone, disposti in ellisse. La chiesa di cartone, che avrebbe dovuto rimanere solo tre anni, è invece rimasta ben undici anni perché amata dalla gente. Successivamente, è stata smontata e donata alla città di Taiwan, a sua volta colpita dal sisma.

Paper Log House, Kobe 1995

Paper Log House, Kobe 1995

Montaggio della Paper Log House, Kobe 1995

Montaggio della Paper Log House, Kobe 1995

Paper Church, Kobe 1995

Paper Church, Kobe 1995

Interno della Paper Church

Interno della Paper Church

GARDON / ponte di carta sul fiume / 2007
Il ponte, fatto di tubi di cartone, consente il passaggio di venti persone alla volta. La struttura è composta da 281 tubi di cartone precompresso di circa 10 cm di diametro e 12 mm di spessore; i gradini sono realizzati in carta riciclata e plastica e le fondazioni sono strutture in legno zavorrate con sabbia. Il ponte sarà aperto al pubblico per sei settimane fino alla metà di settembre, prima di essere smontato per la stagione invernale.

Paper Bridge sul fiume Gardon (Francia, 2007)

Paper Bridge sul fiume Gardon (Francia, 2007)

L’AQUILA / Temporary Concert Hall / 2010-11
Shigeru Ban e il governo giapponese hanno deciso di partecipare attivamente alla ricostruzione de L’aquila donando alla città un auditorium da 200 posti, per la cui realizzazione il Giappone ha donato mezzo milione di euro. Lo scopo è quello di onorare la tradizione musicale aquilana realizzando una sala per concerti leggera, antisismica, smontabile, economica e veloce da cantierizzare.
L’auditorium, la cui costruzione ha richiesto più tempo del previsto a causa di disaccordi italiani sul progetto, è situato nel quartiere di Acquasanta, a nord-est dell’Aquila, a ridosso dell’uscita autostradale L’Aquila Est e adiacente la nuova sede del Conservatorio Alfredo Casella.
È composto da una sala ellittica inscritta diagonalmente in un quadrato di 25 m di lato e sormontata da una copertura a piramide ribassata che scarica il proprio peso su un perimetro di 44 pilastri di cartone precompresso. L’intera struttura, che si estende su una superficie di oltre 700 mq, è stata concepita in acciaio mentre i rivestimenti sono costituiti da sacchi d’argilla espansa e rivestiti con tende rosse. All’interno la sala per concerti è scansionata da una serie di tubi in cartone precompresso, i cui diversi diametri creano un buon effetto acustico e isolano il suono.

Temporary Concert Hall, L'Aquila 2011

Temporary Concert Hall, L’Aquila 2011

Cantierizzazione del Temporary Concert Hall, L'Aquila 2011

Cantierizzazione del Temporary Concert Hall, L’Aquila 2011

Sala interna da concerti del Temporary Concert Hall

Sala interna da concerti del Temporary Concert Hall

Tamponatura realizzata con sacchi di sabbia

Tamponatura realizzata con sacchi di sabbia

CHRISTCHURCH / Cattedrale di carta / Nuova Zelanda 2011-13

Nel 2011, la città neozelandese di Christchurch è stata scossa da un terremoto che ne ha distrutto l’antica cattedrale neogotica. Utilizzando tubi di cartone e altri materiali come il legno e il vetro, ancora una volta Shigeru Ban propone e realizza un progetto a costo zero per il governo (donazioni da tutte le pari del mondo), veloce e antisismico.
Per la copertura sono stati installati 64 tubi di cartone, lunghi fino a 22 m e con un diametro di 83 cm, cui è stato aggiunto un tetto di plastica.

La cattedrale di carta di Christchurch, Nuova Zelanda 2011-13

La cattedrale di carta di Christchurch, Nuova Zelanda 2011-13

Interno della Cattedrale di carta di Christchurch

Interno della Cattedrale di carta di Christchurch

Fasi della costruzione

Fasi della costruzione

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Convegno Nazionale AIAPP 2013

Convegno Nazionale AIAPP 2013
Il progetto di paesaggio: motore per lo sviluppo economico
Sessione del Convegno: Ambiente e ecologia – Categoria: Casi studio italiani
LA TRASFORMAZIONE DEL PAESAGGIO ESTRATTIVO DA SPAZIO RESIDUALE A LUOGO DI OPPORTUNITÀ : IL CASO DI CAVA SOSTENIBILE

Abstract

Nell’articolo si affronta il tema della rigenerazione eco-sostenibile di un sito estrattivo ancora in operam, in un’ottica di transizione dalla cultura del “risarcimento” a quella della prevenzione. A questo scopo viene presentato il caso di “Cava Sostenibile” di Murisengo (AL), progetto di cui la Società esercente Estrazione Gesso snc è soggetto promotore e cliente, nella figura dell’ing. Sandro Gennaro, Direttore della Cava e Progettista. Sebbene in termini ambientali l’espressione “cava  sostenibile” sia una contraddizione, se pensiamo al danno che le attività estrattive sovente determinano  sugli ecosistemi, sul paesaggio e sulla salute, la denominazione dell’intervento sulla cava di Murisengo la si deve alla sua assoluta particolarità rispetto ad una consueta operazione di recupero, trattandosi di una reinvenzione e riuso socio-culturale dell’ambiente caveale mantenendolo, contestualmente, “in esercizio”.

L’analisi di questo caso studio restituisce un quadro del tutto sperimentale. La Società ha infatti in corso dal 2012 un work in progress che, attraverso successivi interventi di installazioni luminose temporanee per mostre e spettacoli, punta alla progettazione e realizzazione di una trasformazione effettiva delle camere minerarie esaurite della cava, site a quota -90 metri dal p.c. per una superficie di circa 5.000 mq, da devolvere ad usi permanenti (cultura, didattica e museo interattivo sul gesso) compatibili con il contemporaneo svolgimento delle attività di estrazione e lavorazione. Il work in progress è inteso a spianare la via alla progettazione della trasformazione vera e propria. È un lavoro propedeutico e di verifica di tutte le fattibilità, da quelle strutturali e geo-meccaniche, a quelle normativo-procedurali, a quelle dettate dalla compatibilità ambientale, energetica e, non ultimo, dal grado e livello di risposta sociale.

1. Introduzione

 Sottosuolo, rigenerazione ambientale, terra, paesaggio. Queste le parole chiave atte ad indicare la necessità che il ciclo di sviluppo delle nostre città si leghi al governo della dismissione, solo attraverso il quale sembra oggi possibile avverare un ri-equilibrio della città contemporanea. Il tema della rigenerazione territoriale, imperniata sul recupero e sulla rifunzionalizzazione dei siti produttivi dismessi, intesi come patrimonio “poroso” della città contemporanea, è uno dei temi centrali del dibattito sui cosiddetti drosscapes, arcipelaghi di suoli e spazi residuali scartati dalla città ma oggi interstizi, spazi in-between nel tessuto urbano e periurbano, considerati tanto mortificanti detrattori dei valori paesistici quanto  inestimabili “contenitori” di valore e di opportunità territoriali.  E se il recupero di un sito ex-estrattivo si rivela sovente una formidabile strategia di pacificazione tra “spazio eroso” e territorio limitrofo, consentendo ai paesaggi caveali “rifiutati” di ri-semantizzare i propri vuoti in una dimensione premiale del loro valore spaziale, ci si potrebbe domandare a quali universi interventuali fare riferimento quando l’azione rigenerativa si rivolge a quella grande quantità di spazi sotto-quota appartenenti a siti estrattivi ancora pienamente in esercizio. E’ il caso del progetto Cava Sostenibile della cava di gesso San Pietro – PratoNuovo a Murisengo, dove la società Estrazione Gesso, soggetto cliente e promotore dell’operazione, ha in corso un work in progress che, attraverso successivi interventi di installazioni temporanee per mostre e spettacoli, punta alla progettazione e realizzazione di una trasformazione effettiva di alcuni ambienti esauriti della cava da devolvere a usi permanenti ludici e didattici, compatibili con il contemporaneo svolgimento delle attività estrattive. L’obiettivo di Cava Sostenibile è quello di verificare il potenziale rigenerativo della cava di gesso come laboratorio di sostenibilità, biodiversità e ripristino ambientale, in una nuova alleanza tra estrattività e cura del territorio. A questo progetto, in intesa con la titolare Anna Callegher, l’ing. Sandro Gennaro è impegnato in qualità di Direttore Responsabile e progettista, coadiuvato dal dott. Mauro Caldera, giornalista, progettista didattico e responsabile dell’Ufficio Stampa di Cava Sostenibile, e dall’assistenza legale dell’avv. Marco Sertorio.

Figura 1. Cava Sostenibile, quinto livello di coltivazione a  -90 m sotto il livello del suolo

Figura 1. Cava Sostenibile, quinto livello di coltivazione a -90 m sotto il livello del suolo

 2. Metodo: il fattore “T” come bussola di progetto

Bussola di progetto è che il tempo critico “T”, durante il quale l’attività di escavazione determina le più aggressive forme di degradazione antropica, si fonda in continuità operativa con il tempo “T+n” in cui il danno viene risarcito, in modo che il sito estrattivo sia recuperato e re-immesso nel circuito fruitivo socio-collettivo mano mano che viene cavato, grazie alla messa in regia di un motore di scelte pro-attive di rigenerazione territoriale resiliente. Si tratta quindi di intendere il progetto di musealizzazione delle camere minerarie ormai esaurite come anticipazione delle opere di recupero ambientale post operam del sito stesso, obbligatorie in base alle disposizioni della L.R. n. 69/78. Il concetto di sostenibilità, riferito ai possibili scenari di risanamento ambientale e paesaggistico di una cava ancora in operam, passa quindi attraverso l’idea più ampia di responsabilità sociale dell’impresa, impegno che la società Estrazione Gesso intende assumersi nei confronti del proprio territorio con largo anticipo, proprio attivando un recupero parallelo e non successivo alla dismissione produttiva, perché l’abbraccio con il proprio suolo e la propria gente si ricostituisca fin da ora.

Cava Sostenibile di Murisengo. Immagine della mostra di Mark Cooper «Monferrato Earthscapes - Sons et Lumières Sotteranee», novembre 2012.

Cava Sostenibile di Murisengo. Immagine della mostra di Mark Cooper «Monferrato Earthscapes – Sons et Lumières Sotteranee», novembre 2012.

3. Implosioni virtuose. Un museo a -90 metri di profondità

Le vicende della cava come luogo dedicato alle arti e alla cultura sono recentissime. Nel corso dell’ultimo anno sono stati realizzati tre eventi-pilota in sotterraneo, durante i quali l’architettura naturale di cava è stata allestita con luci “di scena” colorate. La distribuzione di un breve vademecum della discesa, l’iter di vestizione con giacca e caschetto ed il consenso informato da sottoscrivere prima di accedere all’ipogeo, hanno concorso a creare un’educazione alla sicurezza in sotterraneo. Successivamente, i visitatori sono stati trasferiti sotto-quota con due navette in piccoli gruppi, per assicurare la presenza in cava di non oltre ottanta persone alla volta. Gli eventi hanno generato un clamore inaspettato, spianando la via verso la progettazione della struttura museale permanente. Il piano di coltivazione prevede in sei anni (periodo autorizzativo 2012-2017) l’estrazione di circa 400.000 m³ di gesso, di cui l’80% avverrà proprio dal 5° livello interrato. Questo significa che l’area museale è stata collocata proprio nella zona maggiormente interessata dall’attività estrattiva presente e futura, nel “cuore pulsante” della cava. La scelta è ascrivibile a tre ordini di motivi:

  •     Siurezza strutturale: i monitoraggi degli assetti geo-strutturali, tensionali e deformativi hanno individuato, proprio nelle camere minerarie esaurite del quinto livello, un’area di “centro blocco”. Musealizzare qui significa inserirsi nell’area più sicura e solida della cava, minimizzando i costi di intervento per la messa in sicurezza.
  •    Accessibilità e fruibilità: il livello -5°, oltre a godere di un’ampia accessibilità, possiede anche un potenziale fruitivo maggiore grazie alla sua regolarità.
  •      Valori percettivi: addentrarsi in cava e penetrarvi fino all’ultimo livello estrattivo vuol dire vivere e conoscere in diretta la realtà produttiva. L’operosità mineraria in itinere, presente al quinto livello, è un fattore documentale irrinunciabile.

La difficile conciliabilità tra le due destinazioni d’uso, culturale e produttiva, richiede il rispetto di un’imprescindibile regola: non deve esservi alcuna interferenza tra le due attività. È necessaria, pertanto, un’opportuna ripartizione temporale che consenta l’ingresso al museo unicamente nelle giornate di inattività della cava. Le attività di Cava Sostenibile si rivolgono ad ampie fasce di pubblico, prevedendo un linguaggio specifico per ogni tipo di utenza. Si avranno:

  • ·     Aree di Sviluppo e Ricerca: itinerari di istruzione sul tema del gesso basati sulle tecniche del gioco (abbecedario di cava, simulazione percettiva: visiva, sonora, tattile, olfattiva);
  •    Area Scientifico-Tecnologica: zona in cui, attraverso report fotografici, installazioni video e “officine esperienziali” viene illustrata la teoria dei processi tecnologici del gesso, spiegando il funzionamento di una cava, sequenziandone le attività;
  • ·    Area Laboratorio Artistico: zona in cui sarà spiegata la tecnica del calco in gesso e si apprenderà la metodologia di realizzazione di modelli.

Una parte del sotterraneo sarà adibita a “location” per eventi culturali in genere. Lungo le rampe, saranno inoltre creati percorsi pedonali e per mountain bike.

Immagine dell’iniziativa "Il paesaggio è di scena…sotto terra", ciclo di esposizioni e visite guidate organizzate in collaborazione con l'Aiapp in occasione delle giornate "Giardini aperti". Allestimento museale ed opere di  Daniele Fazio e Carlo Maria Maggia, aprile 2013.

Immagine dell’iniziativa “Il paesaggio è di scena…sotto terra”, ciclo di esposizioni e visite guidate organizzate in collaborazione con l’Aiapp in occasione delle giornate “Giardini aperti”. Allestimento museale ed opere di Daniele Fazio e Carlo Maria Maggia, aprile 2013.

4. Progettare lo spazio s-cavato. Ipotesi e verifiche per un linguaggio di sottosuolo

Nel caso di Cava Sostenibile dove, come detto, la musealizzazione interessa ambiti siti a -90 m  dal piano di campagna, la profondità agisce come intensificatore della misura di valutazione psicologica e percettiva che diviene centro motore della definizione spaziale. Gradiente di valore del progetto è la discontinuità narrativa della progressione tra la quota zero e quella interrata. Viaggiando in navetta lungo la rampa elicoidale, improvvisamente si passa dalla luce alla semi-oscurità, dall’aria aperta della campagna a quella sotterranea, dalla superficie al cuore della terra. La discontinuità provoca un improvviso “straniamento” che colloca il visitatore in una dimensione psichica surreale, sospesa tra l’ancestrale inquietudine della “caverna oscura”, locus dal minaccioso valore archetipico, e la sublime fascinazione di un paesaggio implosivo ed introverso.

L’architettura dell’ambiente ipogeo sarà leggera e reversibile, un contenitore didattico che non intacchi la massa irregolare e maestosa della “caverna”, una struttura minimale che non entri in conflitto formale con lo scenario naturale e solenne del giacimento ma che, al contrario, dimostri la capacità di esprimere un comportamento strutturale e spaziale flessibile nei confronti del complesso sistema di variabili che costituiscono l’ambiente sotterraneo.

Allo scopo di verificarne la fattibilità geotecnica, il livello -5° è stato sottoposto a monitoraggi strutturali finalizzati a determinare lo stato tensionale (metodo del ripristino delle deformazioni ed installazione di celle di pressione definitive), determinare i livelli deformativi indotti dallo scavo (metodo della convergenza), ovvero determinare possibili processi di frattura (metodi piezoelettrici, basati sull’utilizzo di sensoristica sensibile alle frequenze ultrasoniche e rilevazioni dei flussi neutronici, per segnalare possibili fenomeni di frattura sismica e tettonica).

Nonostante le indagini abbiano confermato la stabilità geo-meccanica del livello -5°, per maggior  sicurezza, con l’ottenimento dell’autorizzazione a procedere per il museo, sarà attivata una procedura di ulteriore rinforzo tramite chiodature e reti di sostegno, al fine di limitare il distacco di volumi rocciosi unitari corticali.

Tutte le rilevazioni effettuate (anidride carbonica, anidride solforosa, silice, polveri totali e monossidi emessi dai mezzi presenti in galleria) hanno confermato la salubrità dell’ambiente ipogeo, restituendo concentrazioni molto al di sotto dei valori limite. Le rilevazioni di gas Radon hanno evidenziato nel tempo una concentrazione attestabile sull’ordine dei 100 Bq/m³, variabile da zona a zona. Pertanto, la cava presenta un’atmosfera salubre e può essere fruita in tutta sicurezza.

Al momento, l’impianto di ventilazione è dimensionato in base alle esigenze d’aria dettate dalla massima potenza dei motori endotermici impiegati in galleria e prevede uno schema bi-flusso con un ricambio d’aria di 10 m³/s. Quando il livello -5° è aperto al pubblico, la portata d’aria di ventilazione vincola ad ottanta persone il numero massimo di visitatori ospitabili contemporaneamente in galleria. Per questo è prevedibile, per il prossimo futuro, l’installazione di un un sistema di ventilazione maggiormente performante che permetterà anche una maggiore affluenza contemporanea di visitatori in sotterraneo. La temperatura dell’ambiente sotterraneo, al livello -5°, è di 13°C costanti durante tutto l’anno e non si prevede di installare alcun impianto di riscaldamento.

Allestimenti luminosi per la mostra fotografica "Monferrato Earthscapes" - Sons et Lumières Sotteranee.

Allestimenti luminosi per la mostra fotografica “Monferrato Earthscapes” – Sons et Lumières Sotteranee.

5. Pieni museali, vuoti normativi

In assenza, per ora, di una norma specifica che coordini in un assetto giuridico strutturato le attività rigenerative dei siti ipogei, operativi o dismessi, a fini museali, viene adottata la disciplina giuridica mineraria. In questo contesto, tali interventi possono essere autorizzati dall’Amministrazione Comunale in sostituzione del piano di recupero ambientale: l’approvazione costituisce autorizzazione integrativa a quella vigente per la coltivazione mineraria e può essere, come quest’ultima, oggetto di successivi rinnovi, proroghe e modifiche (ex L.R. 69/78). Va da sé che operando con tale strumento giuridico, finché la cava è attiva, trova necessariamente applicazione la normativa di polizia mineraria (D.P.R. 9 aprile 1959, n. 128, D.Lgs. 624/1996 e s.m.i.). Questo significa che, nonostante le finalità museali e di pubblico spettacolo, Cava Sostenibile non è un’attività soggetta a controllo e approvazione dei Vigili del Fuoco né della Asl, sottraendosi a tutta una serie di pareri afferenti al “campo civile”.

Allestimenti luminosi per la mostra fotografica "Monferrato Earthscapes" - Sons et Lumières Sotteranee.

Allestimenti luminosi per la mostra fotografica “Monferrato Earthscapes” – Sons et Lumières Sotteranee.

Considerazioni finali

L’esperienza di Cava Sostenibile ci dimostra che l’attività estrattiva non va intesa solo in termini di danno e lacerazione e che una cava, oltre ad essere un luogo produttivo, può divenire uno scenario immaginifico, se progettata come una scultura territoriale. Ma, al di là della comprensione dei mutati rapporti tra cava e paesaggio, quello che si rivela importante nel caso di studio proposto è l’approccio operativo/procedurale propedeutico alla progettazione ed il suo valore di “esemplarità”, in previsione di una sua futura esportabilità per la progettazione di luoghi ipogei simili da convertire a centri culturali/didattici.


 

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Alejandro Aravena / ELEMENTAL

Alejandro Aravena, nato nel 1967, è architetto e docente. Dopo la fondazione del suo studio, nel 1994, ha ottenuto molti riconoscimenti per le sue opere: edifici pubblici e università che sono laboratori per un’architettura che ama la materia e la geometria. Nel 2000, assieme all’ingegnere Andrès lacobelli e all’architetto Pablo Allard, ha creato Elemental Team, che è allo stesso tempo un gruppo di volontariato e uno studio di architettura che opera nella città con obiettivi di uguaglianza, attraverso la costruzione di alloggi a basso costo, spazi pubblici e infrastrutture per i poveri, in collaborazione con la Oil Company cilena (COPEC) e con l’Università di Santiago del Cile.

Il progetto Renca dal modello realizzato dai bambini, alla realizzazione al rustico, al completamento da parte dei suoi abitanti.

Elemental

Elemental Team concentra i suoi sforzi sul miglioramento delle condizioni urbane della fascia più povera della popolazione, in una prospettiva di “economia urbana sostenibile”, nella convinzione che il nuovo obiettivo della città sostenibile non debba assolutamente essere scisso dalla lotta per una maggiore equità, una lotta portata avanti a partire dal XX secolo anche attraverso lo sviluppo dell’edilizia sociale.

L’innovazione di Elemental è nel sistema della costruzione aperta, metodologia progettuale alla base della quale vi è la volontà di dare risposta alla crisi degli alloggi frenando l’espansione delle baraccopoli che circondano tutte le città e creando uno stretto rapporto tra temi ecologici e temi sociali.

La costruzione aperta è un metodo sperimentato per la prima volta a Iquique, in un quartiere creato nel 2004 per assorbire le baraccopoli del centro città. Elemental riesce a realizzare un complesso edilizio per 100 famiglie usando i fondi del programma pubblico chiamato Vivienda Social Dinamica sin Deuda (Edilizia sociale dinamica senza debiti). Poiché questo denaro basta ad acquistare il terreno e a realizzare solo parzialmente gli alloggi, da quest’insufficienza di fondi nasce l’idea di una tipologia abitativa aperta, che consenta di consegnare agli abitanti case semicostruite, del cui completamento si occuperanno da soli.

Elemental realizza l’essenziale, tutto quanto gli abitanti non sono in grado di realizzare da soli con alti standard qualitativi, ossia la struttura portante, l’involucro, la copertura, gli impianti e le stanze di servizio con acqua corrente; rimane il vuoto di uno spazio non costruito, suscettibile ad essere “riempito” successivamente secondo le possibilità e il gusto di ognuno.

Questa soluzione economicamente strategica ha un contenuto altamente ecologico. La flessibilità della struttura dell’alloggio e la sua reversibilità sono le chiavi per garantirne la sostenibilità, ma anche per opporsi al fenomeno della gentrificazione, del consumo di nuovo suolo e del fenomeno dell’esclusione sociale.

Il valore dell’architettura di Elemental non è da ricercare nel linguaggio o nelle sue qualità figurative, bensì nella capacità di declinare l’architettura come un servizio alla società e non come veicolo della vanità dell’architetto, rinunciando a qualsiasi ambizione formale.

Premi e riconoscimenti

Primo premio della XII (2000) e XV (2006) Biennale di Santiago, premio Erich Schelling Medaglia di Architettura in Germania nel 2006, selezionato fra i 5 finalisti al Global Award per l’Architettura Sostenibile a Parigi, finalista del II Mies van der Rohe Award nel 2000 in Spagna, menzione speciale nella V Biennale di Venezia (1991). Ha vinto il Leone d’Argento alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2008 ed è  stato nominato membro della Giuria del Premio Pritzker.

Quinta Monroy. Dai disegni dei bambini alla realizzazione

Quinta Monroy. Dai disegni dei bambini alla realizzazione

Quinta Monroy, Iquique / ELEMENTAL / Alejandro Aravena 2003-04

Nel 2003 il programma governativo Chile-Barrio chiede ad Elemental di sviluppare un progetto per Quinta Monroy, l’ultimo insediamento irregolare della città di Iquique, nel deserto cileno. Si tratta di studiare una soluzione insediativa per alloggiare le 100 famiglie che da oltre un secolo occupano abusivamente un’area di mezzo ettaro in pieno centro città, utilizzando un sussidio di 10.000 dollari per famiglia, destinato a coprire i costi del terreno, infrastrutture e progettazione.

 

Vedute del quartiere al rustico

Vedute del quartiere al rustico

Rimanere sul posto

La priorità assoluta del progetto è quella di consentire alle persone di restare sul posto. Tale volontà nasce dalla coscienza dell’importanza rivestita dalla rete di opportunità costruite in trent’anni intorno al sito e rappresentate da trasporti, lavoro, relazioni sociali e affettive.

 

Vedute interne di un duplex e di un alloggio al piano terra nelle versioni base

Vedute interne di un duplex e di un alloggio al piano terra nelle versioni base

Strategia di progetto

Il primo passo è ribaltare il problema e non pensare al miglior prototipo abitativo realizzabile con 10.000 dollari, da moltiplicare poi per 100 volte, ma piuttosto al miglior edificio costruibile con 1 milione di dollari, da suddividere fra 100 famiglie, offrendo a ciascuna la possibilità di un’eventuale espansione futura del proprio alloggio. Si decide di sviluppare una casa su ciascun lotto con sopra un’unità duplex, collocando così due famiglie per lotto. Il terreno viene ripartito in lotti 9×9 sui quali vengono costruiti volumi di 6x6x2,5 metri, contenenti bagno, cucina e un locale loft. Sopra, sono disposti gli alloggi duplex di 6x6x5 metri, realizzandone nella fase iniziale solo metà volume (3x6x5 metri), comprendente anch’esso bagno, cucina ed ambiente loft a doppia altezza. Tutte le unità hanno accesso individuale diretto allo spazio comune.

Planimetria. Piante "base" e "ampliate" delle abitazioni al piano terra e del primo e secondo livello dei duplex soprastanti. Sezioni e prospetti

Planimetria. Piante “base” e “ampliate” delle abitazioni al piano terra e del primo e secondo livello dei duplex soprastanti. Sezioni e prospetti

 

L’oggetto edilizio

In termini costruttivi, il duplex è stato pensato come una struttura a “C” di setti pieni. Ciò dovrebbe garantire il necessario isolamento acustico e creare una barriera antincendio tra le proprietà, ma anche rappresentare un supporto sufficientemente solido per le previste espansioni spontanee e per le recinzioni low-tech larghe 3 metri. Il quarto lato del duplex è in lamiera ondulata perché possa essere facilmente asportata in caso di ampliamenti. La prima fase di incremento dell’alloggio dovrebbe avvenire suddividendo la doppia altezza interna e solo successivamente comportare l’ampliamento nel volume vuoto. L’ampliamento della casa del piano terra dovrebbe invece svolgersi inizialmente sotto la soletta, raggiungendo i 54 m², e utilizzare poi la corte retrostante per arrivare ad un’estensione massima di 72 m² così organizzati: 4 camere da letto da 9 m² ciascuna, zona giorno da 18 m², cucina e bagno.

Sequenza costruttiva dell'"edificio parallelo"

Sequenza costruttiva dell'”edificio parallelo”

 

La scala urbana

Alla scala urbana, il fattore chiave per migliorare le condizioni economiche dei nuclei familiari disagiati è la creazione di uno spazio fisico nel quale possano svilupparsi forme di cooperazione e solidarietà da “famiglia allargata”. Gli stessi utenti hanno chiesto di essere distribuiti attorno a 4 piazze collettive con accesso controllato, studiate per 20 famiglie circa ciascuna.

 

Veduta di un'unità di vicinato al rustico e completata

Veduta di un’unità di vicinato al rustico e completata

Renca, Santiago del Cile / ELEMENTAL / Alejandro Aravena 2004-07

L’incarico richiedeva la realizzazione di un quartiere per 170 famiglie in un’area di 2 ettari utilizzata come discarica illegale, potendo fare conto su una sovvenzione statale di 10.000 dollari per famiglia. Per costruire in quel luogo occorreva, innanzitutto, bonificare il terreno fino a una profondità di 2,5 metri, operazione che avrebbe quadruplicato il costo della proprietà, rispetto ai valori giudicati ammissibili per l’edilizia sociale, ancora prima di aprire il cantiere.

Simulazioni digitali del quartiere nelle successive fasi di occupazione

Simulazioni digitali del quartiere nelle successive fasi di occupazione

In realtà, le famiglie, che vivevano in varie baraccopoli adiacenti al sito, ne avevano già negoziato l’acquisto utilizzando, in parte, alcuni fondi regalati da un donatore privato e, in parte, anticipando di tasca propria le sovvenzioni che avrebbero ricevuto in seguito. Malgrado le pessime condizioni del terreno, era molto importante che esse potessero rimanere in quel posto (senza essere trasferite in periferia, come accade in quasi tutti gli interventi di edilizia popolare in Cile), per preservare le reti di relazioni sociali e lavorative (e quindi le condizioni economiche) che si erano costruite nel tempo.

Oltre ai problemi tecnici, il sito era gravato da numerosi vincoli di carattere urbanistico: a nord, la presenza di un canale di irrigazione e di una fascia di 16 metri destinata a esproprio per la futura costruzione di un’autostrada; a est, la servitù imposta da un importante elettrodotto, mentre, a sud, la normativa locale imponeva l’allargamento di un viale a scomputo delle sovvenzioni ottenute.

Tutti questi vincoli hanno, per un verso, influito positivamente sull’operazione, riducendo la superficie utile di terreno da bonificare, ma, dall’altro, hanno determinato un notevole incremento della densità edilizia da realizzare. Soltanto offrendo sistemazione a tutte le famiglie, infatti, si sarebbero potuti evitare conflitti sociali, coprire i costi dei lavori di bonifica – senza i quali era i m possibile costruire in sicurezza – e conservare una quota del capitale sufficiente a costruire le case.

Piante dei piani terra, primo e ammezzato, sezioni, esploso assonometrico

Piante dei piani terra, primo e ammezzato, sezioni, esploso assonometrico

La versione definitiva del progetto prevede un muro “ispessito”, largo 1,5 metri e alto due piani, utilizzato come divisorio strutturale fra le cellule abitative, che assolve alle funzioni di barriera antincendio, isolamento acustico e contiene le parti più complesse dell’abitazione: bagno, cucina, scale e condutture. Una campata libera di 3 metri lo separa dal successivo muro “ispessito”: in questo vuoto è previsto che le famiglie possano autocostruire il proprio alloggio. Per fronteggiare le intense precipitazioni piovose e gli inverni rigidi tipici di Santiago, tale spazio è stato coperto e tamponato con una sorta di tenda rigida in fibrocemento che rende l’opera delle famiglie sicura, facile ed economica, all’interno dell’involucro predisposto. In un certo senso, si è seguito il principio della “casa con un muro solo” (Haus mit einer Mauer, come dire una casa a schiera) di Adolf Loos, rendendo però il muro un vano funzionale.

Alla scala urbana, la distribuzione alle unità di vicinato avviene tramite passaggi con accesso unico dalla strada principale a sud del quartiere, in fregio alla quale sono allineate circa 25 abitazioni. Questa articolazione facilita il controllo e la manutenzione delle aree comuni, sebbene i passaggi restino parte dello spazio pubblico, per garantire che l’amministrazione comunale ne curi illuminazione, manutenzione e raccolta rifiuti.

Veduta di uno dei condomini disposti ad U

Veduta di uno dei condomini disposti ad U

La tipologia compatta delle case ha permesso di riuscire a concentrarle tutte in prossimità del grande viale urbano a sud, lasciando sgombra una vasta superficie a nord sulla quale smaltire il terreno contaminato.

Questa soluzione ha contribuito alla fattibilità economica del progetto, evitando i costi del trasferimento in discarica delle macerie, e ha permesso di sotterrare e nascondere il sito dove le famiglie vivevano precedentemente in condizioni subumane.

Mentre in Europa le macerie sono state trasformate in parchi che hanno cancellato le ferite della guerra, qui sono state utilizzate per cancellare la scar-city, la città con ferite sociali che, a volte, la “scar-sità” di mezzi produce.

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XXVIII Congresso INU/ ottobre 2013

CITTÀ COME MOTORE DI SVILUPPO DEL PAESE

Salerno, Palazzo di Città, 24-26 Ottobre 2013

La rigenerazione di una cava in operam come strumento proattivo di resilienza territoriale:

il caso di Cava Sostenibile di Murisengo.

 

Il tema del recupero delle cavità minerarie è oggi un argomento centrale nei processi di trasformazione del paesaggio. Le criticità territoriali, dovute ai processi di dismissione delle attività ex estrattive, impongono l’adozione di un nuovo orizzonte culturale, perché rivolgere l’attenzione edificatoria verso quella grande quantità di spazi sotto-quota oggi disponibili, significa attuare politiche di recupero a tutto vantaggio del riequilibrio ambientale, del risparmio di suolo e dell’impattività delle volumetrie fuori terra. E se, nell’immaginario collettivo, l’attività di escavazione è ancora considerata una delle forme più aggressive di degradazione antropica, da associare, per lo più, a fenomeni di impoverimento e decadimento territoriale, ‘risarcire’ le ferite e re-immettere gli spazi ‘di scarto’ nel circuito fruitivo socio-collettivo significa consentire ai sistemi naturali e sociali di auto-ripararsi dopo un danno, evolvendosi ed adattandosi al cambiamento.

In ambito di rigenerazione urbana i sotterranei ‘del passato’ sono risorse di plurimo valore: valore naturalistico, valore geologico, valore testimoniale riguardante la vita e l’economia di un determinato contesto territoriale. Conservare e re-immettere in un circuito di fruizione e conoscenza un sito ipogeo, tramite un progetto architettonico, vuol dire salvarlo, preservarlo dal degrado, conservarne la memoria, valorizzarlo e restituirlo nuovamente alla collettività.

Tuttavia, trattandosi spesso di luoghi in cui, rispetto al valore monumentale, domina quello storico-documentale di sito ex produttivo o industriale, non sempre l’intervento si mostra sensibile alle priorità della tutela. Ci si interroga  pertanto sulla questione della compatibilità ambientale: molti interventi di riuso di ambienti ex estrattivi, oggi attuati e in corso in più parti del mondo, sono effettivamente esemplari di approcci realmente mirati allo sviluppo di una resilienza nei sistemi urbani e territoriali? Alla parola ‘rigenerazione’, oggi ampiamente utilizzata per definire la specificità e l’aderenza topologica delle scelte configurative, corrisponde un vero e proprio metodo che garantisca a livello fattuale e operativo tale specificità di intervento nei contesti naturalistici e antropici?

Su questi temi è da tempo impegnata un’equipe di ricerca della facoltà di Architettura dell’Università di Roma La Sapienza (Dipartimento DiAP) nell’ambito del progetto di ricerca dal titolo «Sottosuoli Urbani. La progettazione della ‘città che scende’. Tecniche progettuali e realizzative. Identità e qualità spaziale. Comfort ambientale»[1] (finanziato MIUR 2013).

Cava Sostenibile di Murisengo. Immagine della mostra di Mark Cooper «Monferrato Earthscapes - Sons et Lumières Sotteranee», novembre 2012.

Cava Sostenibile di Murisengo. Immagine della mostra di Mark Cooper «Monferrato Earthscapes – Sons et Lumières Sotteranee», novembre 2012.

 Un’esperienza di rilievo: il caso di Cava Sostenibile

Tra le success stories, selezionate dall’equipe di ricerca ed elette a guida del proprio percorso teorico-critico e di sperimentazione progettuale, ricade il caso Cava Sostenibile di Murisengo (AL), opera della società Estrazione Gesso, soggetto promotore e cliente del progetto[2].

L’obiettivo è di musealizzare parte delle camere minerarie ormai esaurite site ad una profondità di -90 metri dal piano di campagna e al livello di coltivazione -5°, trasformandole in luoghi di aggregazione, cultura e didattica da fruire finché la cava è ancora pienamente in attività. Ciò ne testimonia la sostenibilità in operam e ne anticipa le opere di recupero post operam.

Cava Sostenibile è il primo caso in Italia nel quale, in materia di cave, si sperimenta un metodo di rigenerazione eco-sostenibile del sito estrattivo in un’ottica di transizione dalla cultura del ‘risarcimento’ a quella della prevenzione, non attivando politiche reattive di intervento in favore di politiche territoriali proattive.

L’azione rigenerativa che quest’ambiente ipogeo ha scelto per riattualizzare il proprio uso in un’ottica di solidarietà con il suo vissuto storico e produttivo, è un segnale di segno diverso rispetto ai tanti casi in cui il recupero interviene per riparare o risanare ferite territoriali oramai già inferte.

La cava di gesso non è un torto, non è uno sgarbo inflitto al paesaggio. La funzione estrattiva è un bene, è una risorsa e convive oggi con le attività dell’apprendimento, della socializzazione, del ludus e dello svago; la sua importanza è nel fatto che essa si mostra e si dimostra aprendosi anche come spazio espositivo e didattico sul materiale di estrazione, sulla sua natura, relativi impieghi e tecniche di lavorazione.

Certamente, questo abbraccio sinergico tra funzione estrattiva e socio-culturale della cava è reso possibile dalla natura ‘buona’ del materiale in questione. Il gesso, difatti, non produce effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente. È un materiale ‘amico’ e dall’estrema diffusione di impiego, dall’edilizia, allo sport, all’arte. Di qui l’interesse per il suo valore di prodotto quale risorsa territoriale da conoscere e divulgare, di cui la cava si fa agente di contatto.

Gli ambienti di Cava Sostenibile ci parlano di un patto di alleanza insolito e distintivo, privo di condanna, teso a valorizzare più che a riparare, mettendo in luce le potenzialità vitali di un territorio che, pure dopo lo stimolo di un evento traumatico, può rigenerarsi nel segno di una risposta tollerante e adattiva.

Cava Sostenibile di Murisengo

Cava Sostenibile di Murisengo «Monferrato Earthscapes – Sons et Lumières Sotteranee»

Cava Sostenibile di Murisengo

Cava Sostenibile di Murisengo «Monferrato Earthscapes – Sons et Lumières Sotteranee»

Cava Sostenibile di Murisengo

Cava Sostenibile di Murisengo «Monferrato Earthscapes – Sons et Lumières Sotteranee»


Note 

[1] Responsabile Prof.Arch. PaolaVeronica Dell’Aira: l’equipe pluridisciplinare è composta da docenti e ricercatori dell’Ateneo di Roma La Sapienza, dell’Università della Tuscia, dell’Università di Cagliari, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e da studiosi ed esperti in materia.

[2] L’iter progettuale è stato interamente seguito dall’ing. Sandro Gennaro, direttore di cava, avvalendosi delle collaborazioni del Prof. Avv. Marco Sertorio, esperto di diritto minerario e Presidente del Settore Minerario di Assomineraria, e del dott. Mauro Caldera, giornalista, progettista didattico e responsabile dell’Ufficio Stampa di Cava Sostenibile.
 
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