Vittorio Gregotti – Tre forme di architettura mancata

Elaborato finale del seminario “Approccio al testo, al progetto e all’opera”

del prof. Marcello Pazzaglini.

Approccio al testo:

TRE FORME DI ARCHITETTURA MANCATA

Vittorio Gregotti, Einaudi, Torino, 2010

 

Tre forme di architettura mancata, pubblicato nel 2010, è l’ennesimo tassello della battaglia contro gli abusi di identità e memoria all’architettura che Vittorio Gregotti ha da tempo ingaggiato con alcune declinazioni della contemporaneità.

Gregotti, classe 1927, architetto, urbanista, designer, docente universitario e saggista, si forma nell’ambito del cenacolo rogersiano della cosiddetta “Scuola di Milano”,  introiettando fin da giovanissimo il concetto di “continuità” fino a farne l’asse, assiduamente verificato ed attualizzato, di tutta la propria carriera. Carriera lunga più di sessant’anni e vissuta a trecentosessanta gradi. Infatti, ad un energico e sempre crescente esercizio progettuale – che lo ha visto realizzare centinaia di opere in ogni parte del mondo, spaziando dalle diverse tipologie architettoniche alla pianificazione territoriale e al progetto urbano – Gregotti ha sempre abbinato un’intensa attività culturale, insegnando in diverse facoltà universitarie europee e statunitensi, dirigendo importanti riviste, come “Casabella” (1982-1996) e “Rassegna” (1979-1998), partecipando a numerose esposizioni internazionali, ricoprendo frequentemente il ruolo di opinionista per il Corriere della Sera, La Repubblica e Panorama, e dedicandosi assiduamente alla saggistica.

In tutti i suoi numerosissimi scritti, tra i quali Identità e crisi dell’architettura europea (1999), Dentro l’architettura (2002), Contro la fine dell’architettura (2008) e Il sublime al tempo del contemporaneo, sua ultima fatica editoriale pubblicata pochi giorni fa (aprile 2013), Gregotti attiva una vera e propria opera di sensibilizzazione ed educazione nei confronti di quello che egli chiama il “realismo critico” ossia, come egli stesso afferma «una pratica artistica che permette di costruire un giudizio sulle condizioni e sulle contraddizioni su cui si fonda il presente, sulle sue prospettive o sulle possibili alternative, confrontandosi ed opponendosi al tramonto del senso delle cose»[1].

All’interno di questa fitta battaglia contro la spettacolarizzazione, l’enfasi e la retorica, s’inserisce la lezione contenuta in Tre forme di architettura mancata. Una lezione che si pone tanto in continuità con il precedente e già citato Contro la fine dell’architettura – nel quale rifletteva sul pericolo di una “liquefazione” dell’architettura causata da una produzione indiscriminata di immagini – quanto in netta coerenza con le virtù  di chiarezza tettonica e ordine del Teatro di Aix-en-Provence, realizzato dalla Gregotti Associati nella storica cittadina provenzale poco prima della pubblicazione del saggio.

Gregotti Architetti Associati. Grand Theatre de Provence. Aix-en-Provence, 2007 (Foto: http://www.donatodibello.com)

Gregotti Architetti Associati. Grand Theatre de Provence. Aix-en-Provence, 2007
(Foto: http://www.donatodibello.com)

 

Il testo di struttura in tre scritti, uno per ogni rinuncia etica come esito di altrettante fratture teoriche dell’architettura nel nuovo millennio: la rinuncia al disegno come azione di progetto in favore del design, il sacrificio della relazione critica con il suolo in favore di una dimensione provocatoria e dimostrativa dell’architettura e, infine, la resa  della durata dell’opera di architettura come metafora di eternità. In nessuno dei tre saggi Gregotti fa mai riferimento alla propria opera realizzata, scegliendo di non porsi mai quale referente di se stesso. Questo atteggiamento di “rigorosa modestia” se da un lato priva il testo di un confronto sapiente di come teoria critica e operatività possano “tenere la rotta” coerentemente tra loro, dall’altro gli evita la caduta nella contraddizione che insiste tra l’accusa all’immodestia che egli rivolge alla bigness ed il suo impegno nella realizzazione di macro-oggetti di grande significato territoriale, come il Centro culturale di Belém a Lisbona (1988) o le residenze alla Bicocca di  Milano (1994-2003).

Gregotti Architetti Associati. Centro culturale di Belém, Lisbona, 1988-93. (Foto: http://associazionecamoes.blogspot.it)

Gregotti Architetti Associati. Centro culturale di Belém, Lisbona, 1988-93.
(Foto: http://associazionecamoes.blogspot.it)

 

L’analisi di Gregotti sui malcostumi dell’attività artistica nelle società contemporanee, trova un confronto teorico nell’opera di Rem Koolhaas[2], con il quale condivide la propensione allo smascheramento del mito della grande dimensione ma non il cinismo, al quale Gregotti preferisce avvicendare l’indicazione di un nucleo di valori etici ed intellettuali, indispensabili al progetto d’architettura.

In sessant’anni di attività, Vittorio Gregotti ha fondato la propria identità culturale e progettuale sulla ricerca e l’applicazione di una regola ispirata alla continuità, alla coerenza e alla durata. Ma i valori etici della sua architettura in questi ultimi anni non sempre hanno trovato una conferma nella produzione contemporanea internazionale, accordata più ai flussi immateriali e alla dimensione della fruizione estetica, che non alla storia e ai luoghi come territori della memoria. Le posizioni di Gregotti nei confronti delle stravaganze del nuovo millennio sono evidenti, egli isola e prescrive quella generazione del progetto basata sulla produzione e sulla manipolazione di immagini a scapito della regola e della misura del genius loci, temendo la resa della narratività dell’opera in favore della comunicazione mediatica, in un’autistica omologazione totalizzante.

Tuttavia, proprio in virtù dell’identità narrativa dell’opera d’architettura che Gregotti intende salvaguardare, ci si potrebbe domandare se proprio questa nuova espressività nata dalla disgiunzione tra forma, spazio, uso e significato, non assimili in sé il nucleo valoriale della cultura contemporanea globalizzata, la cui assenza di regola è pensabile non tanto come una rinuncia, quanto come una dichiarazione alternativa di modernità, dalla cui assenza di vincoli ideologici emergono sia la narrazione della nostra contemporaneità, sia il punto cieco della visione di Gregotti.


Note

[1] Cfr. GREGOTTI V., L’architettura del realismo critico, Laterza, Roma, 2004

[2] Per un confronto si veda KOOLHAAS R., Junkspace, Quodlibet, Macerata, 2006

 

Selezione bibliografica

 

KOOLHAAS R., Junkspace, Quodlibet, Macerata, 2006.

GREGOTTI V., Tre forme di architettura mancata, Einaudi, Torino, 2010.

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