Strutture Romane. Montuori, Musmeci, Nervi

MAXXI ROMA | 17 aprile – 5 ottobre 2014
Sala Centro Archivi di Architettura | a cura di Margherita Guccione e Tullia Iori

QUALCHE RIFLESSIONE SULL’EREDITÀ DELLA SCUOLA ITALIANA DI INGEGNERIA

Negli anni sessanta, uno stretto rapporto tra ricerca tecnico-scientifica e sviluppo infrastrutturale determina per l’ingegneria italiana un periodo di grande successo.
Le immagini della cupola nervata del Palazzetto dello Sport, dei telai in cemento armato a due cerniere dello Stadio Flaminio e dei pilastri a sagoma variabile del viadotto di corso Francia, realizzati da Pier Luigi Nervi per le Olimpiadi romane del 1960, fanno rapidamente il giro del mondo veicolate dalle più importanti riviste del settore. Le realizzazioni del ponte sull’Arno a Incisa di Silvano Zorzi (1962) e dei ponti strallati di Riccardo Morandi sulla laguna di Maracaibo in Venezuela (1962) e sul Polcevera a Genova (1964), segnano il culmine della ricerca italiana sul calcestruzzo armato precompresso, consacrando la grande struttura come elemento identitario dell’ingegneria made in Italy nel mondo.

Pierluigi Nervi: Palazzetto dello sport  (1957) e Viadotto di Corso Francia a Roma (1960); Morandi: Ponte sul Polcevera a Genova (1964)

Pierluigi Nervi: Palazzetto dello sport (1957) e Viadotto di Corso Francia a Roma (1960); Riccardo Morandi: Ponte sul Polcevera a Genova (1964)

Questa virtuosa serie di successi culmina nel 1964, anno in cui l’inaugurazione del traforo del Gran San Bernardo e dell’Autostrada del Sole guidano l’ingegneria italiana all’avamposto della ricerca e della sperimentazione mondiali. Ne è prova il ruolo trainante che l’Italia vanta alla mostra Twentieth Century Engineering, allestita al MOMA di New York in quello stesso anno, dove, accanto alle già note realizzazioni di Nervi, Morandi e Zorzi, vengono presentate opere di un alto numero di professionisti sconosciuti al grande pubblico – come Carlo Cestelli Guidi, Franco Levi, Arrigo Carrè e Giorgio Giannelli – afferenti alla Scuola italiana di Ingegneria.

Silvano Zorzi, viadotto sul torrente Teccio, A6 Torino-Savona. Uno degli esempi migliori di quanto l’ingegneria italiana tra gli anni ’50 e i ’70 del Novecento fosse all’avanguardia nel mondo.

Silvano Zorzi, viadotto sul torrente Teccio, A6 Torino-Savona. Uno degli esempi migliori di quanto l’ingegneria italiana tra gli anni ’50 e i ’70 del Novecento fosse all’avanguardia nel mondo.

Tuttavia, all’acme di questa virtuosa traiettoria segue un’involuzione rapida ed improvvisa.

Il disastro del Vajont, il lento declino dell’ISMES e la simultanea scomparsa di due dei più grandi maestri della Scuola italiana di ingegneria, Gustavo Colonnetti e Arturo Danusso, segnano l’inesorabile fine della straordinaria quanto fugace parabola ingegneristica italiana, sulla quale cala un sipario di oblio e silenzio.

Pier Luigi e Antonio Nervi, Aula delle udienze pontificie, Città del Vaticano, Roma (1963 1971).

Pier Luigi e Antonio Nervi, Aula delle udienze pontificie, Città del Vaticano, Roma (1963 1971).

Nel 1997, alla retrospettiva L’art de l’ingénieur allestita al Centre Pompidou, sono ancora le immagini dei prodigi strutturali di Nervi e Morandi a ritrarre l’ingegneria italiana della seconda metà del Novecento che, inspiegabilmente priva di eredi e vittima di un mancato processo di storicizzazione, si sottrae alla contemporaneità, lasciando il plauso alle tensostrutture di Frei Otto, alla nuova cultura costruttiva high-tech di Richard Rogers e Norman Foster e all’immaginazione costruttiva di Ove Arup & Partners.

Ci si domanda, allora, quali siano le ragioni di una simile uscita dalle scene internazionali e di una tale sistematica esclusione della Scuola italiana di ingegneria dalla prospettiva storica. Ci si domanda cosa ne sia stato della straordinaria ricerca sulla prefabbricazione strutturale, sulla sperimentazione dei sistemi in armatura pretesa in contesti cantieristici artigianali e sulla realizzazione delle volte sottili? Cosa è accaduto a quella profetica linea di ricerca sulle potenzialità espressive del calcestruzzo armato che, negli anni settanta, culmina nei gusci membranali del Ponte sul Basento di Musmeci? Non solo il grande pubblico, ma anche il settore specialistico sembra oggi non conoscere la lunga tradizione culturale e progettuale italiana nel campo dell’ingegneria civile ed edile. Lacuna, questa, da cui emerge la necessità di un’attenta disamina, tanto del pregiato patrimonio italiano di ponti, viadotti e grandi coperture, quanto dell’importante eredità didattica, progettuale e scientifica che la Scuola italiana di ingegneria può offrire alla contemporaneità.

Sergio Musmeci, Ponte sul Basento (Potenza), 1969.

Sergio Musmeci, Ponte sul Basento (Potenza), 1969.

A tal proposito, è in mostra al MAXXI di Roma fino a ottobre 2014 una selezione di studi, progetti, modelli, disegni, video d’epoca e fotografie della collezione relativa agli ingegneri del XX secolo del Centro Archivi del Maxxi. Inoltre, in occasione della mostra, il Centro Archivi ha organizzato questa primavera un ciclo di incontri, in ambito dei quali il 6 maggio 2014 si è svolta la conferenza “La Scuola italiana di Ingegneria”, interessante pièce a due voci, durante la quale Sergio Poretti e Tullia Iori – coordinatori della ricerca SIXXI. Twentieth Century Structural Engineering: The Italian Contribution (Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Roma Tor Vergata) – hanno esposto alcuni risultati della ricerca.

Eugenio Montuori, Modello per la Stazione Termini di Roma, 1950.

Eugenio Montuori, Modello per la Stazione Termini di Roma, 1950.

Forse una prima riflessione può inerire proprio a quell’esclusività dell’industria italiana del cemento che tanto riverbera quell’aspetto artigianale e tradizionalmente murario dell’identità cantieristica nostrana.

Se è vero, infatti, che fin dall’inizio del secolo scorso gli studi sulle carpenterie metalliche sembrano essere il più delle volte esclusi dal baricentro della ricerca italiana sulla meccanica delle strutture, è vero anche che la crisi energetica degli anni settanta e il repentino avvento dell’ingegneria high-tech generano un’impasse che investe il Bel Paese, cogliendolo carente di una tradizione cantieristica e produttiva legata alle nuove materialità “leggere” dell’acciaio, del vetro strutturale e dei materiali plastici ecoefficienti. Non è un caso, infatti, che l’ingegneria strutturale made in Italy torni alla ribalta proprio quando la competitività dei settori cementizio e cantieristico risolve le complessità delle grandi strutture in calcestruzzo armato della chiesa romana Dives in Misericordia di Richard Meier (1998-2003), delle sofisticate dinamicità espressive del MAXXI di Zaha Hadid (1998-2009), o delle luminosità del Padiglione Italiano alla Expo 2010 di Shanghai.

Richard Meier, Dives in Misericordia (Roma 1998-2003); Zaha Hadid, Museo MAXXI (Roma 1998-2009); Giampaolo Imbrighi, Padiglione Italiano Expo 2010 Shanghai.

Richard Meier, Dives in Misericordia (Roma 1998-2003); Zaha Hadid, Museo MAXXI (Roma 1998-2009); Giampaolo Imbrighi, Padiglione Italiano Expo 2010 Shanghai.

Ma c’è di più. Ci si potrebbe infatti domandare come sia possibile che, nonostante la memoria dell’ingegneria italiana del Novecento non animi da tempo alcun fervore di studi, l’opera di Pier Luigi Nervi continui a colloquiare con la contemporaneità.

Se l’ingegneria strutturale contemporanea ha da tempo orientato il proprio baricentro verso l’idea di una multipolarità concettuale e costruttiva, nella quale struttura, spazio e forma descrivono un unicum coerente e interattivo, questa visione integrata del progetto trova il suo pioniere proprio nella figura multiruolo di Nervi. E forse è proprio nella straordinaria “intuizione strutturale” della sincronia tra arte e scienza del costruire che la Scuola italiana di Ingegneria dichiara a gran voce la sua contemporaneità.

I. Santarelli

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