L’abitazione e le sue forme aggregative nella nuova dimensione metropolitana: la sperimentazione architettonica contemporanea in Europa

ABITARE A CORTE.
RILETTURE CONTEMPORANEE DELL’ISOLATO RESIDENZIALE A BLOCCO

I. Santarelli

Abstract
L’obiettivo di questo contributo è quello di indagare il rapporto tra il blocco residenziale a corte e la costruzione dello spazio urbano dell’isolato contemporaneo. L’edificio a corte, come possibile misura di un impianto morfologico urbano, si confronta da sempre con i concetti di isolato e di tracciato viario, nonché con un’indiscussa riconoscibilità dei suoi spazi come unità minime del disegno della città. Attraverso il confronto tra i tratti distintivi del blocco residenziale tradizionale e i lineamenti del sistema insediativo a corte contemporaneo, si vuole circoscrivere una riflessione che verifichi il rapporto tra scelte morfologiche e caratteri tipologici e distributivi.
Nella città contemporanea, quello del blocco a corte sembra essere un tema tanto aperto quanto incapace di fornire una risposta progettuale univoca, incline tanto ad unire indifferentemente diverse tipologie quanto a cimentarsi con la grande dimensione, mettendo in discussione il proprio assioma di isolato chiuso e compatto.
I casi studio presi in esame, selezionati in virtù della loro capacità narrativa nei confronti della rottura linguistica e morfologica dell’isolato tradizionale, individuano nuove identità per il tipo a corte contemporaneo basandosi sull’analisi della complementarità logico-espressiva di due ordini di caratteri: aperto/chiuso, compatto/poroso.
In che modo e con quale portato urbano la corte tradizionale, chiusa e addensata nell’internità del proprio cortile-retro, si apre oggi verso la realtà urbana e la vita pubblica?
 

Premessa

Un interno riparato e collettivo che valorizza lo spazio aperto con nuove qualità. Un affaccio quieto e appartato che a volte capovolge le norme di distribuzione dei locali della casa, privilegiandone un’intima internità. L’edificio a corte, come unità morfologica minima del processo di strutturazione urbana, si confronta da sempre con i concetti di isolato e di tracciato viario, nonché con un’indiscussa riconoscibilità dei suoi spazi come segni di un vivere collettivo.

Osservando il cospicuo repertorio di progetti e realizzazioni di carattere residenziale che, negli ultimi decenni, ha mutato il volto delle più grandi città europee, si riscontra che la logica insediativa dell’isolato a blocco e il modello geometrico della corte, declinati in tutte le loro possibili varianti, si confermano oggi come presenza ricorrente nel tessuto urbano della città contemporanea. E’ una sorta di “pacificazione ideologica” quella che la città ha ingaggiato nei confronti dell’edificio residenziale a corte, il cui “recinto”, a dispetto della sua apparente inattualità, continua ad esprimere quel gesto elementare dell’appropriazione dello spazio, che è alla base della formazione della città mediterranea , generando, allo stesso tempo, significazioni spaziali del tutto nuove, come segni tangibili di un tempo e di un vivere collettivo oggi incapaci di mantenere a lungo la propria forma.

1. La corte nella cultura contemporanea
Dagli ensemble a un’architettura di relazioni

Fin dall’inizio del ventesimo secolo il tipo insediativo a corte, considerato una vincente strategia risolutiva per problemi di ordine quantitativo e igienico nella residenza collettiva in ambito urbano, lega strettamente le proprie maglie alla formazione della moderna città industriale, garantendone il controllo del disegno urbano, in continuità con la città storica.
Questo tipo di forma urbana, declinata per tutto il corso dell’Ottocento e parte del Novecento, si lega sovente alla creazione ex-novo di grandi brani di città: nel caso del Plan Cerdà per l’ampliamento di Barcellona, il blocco residenziale a corte è l’elemento base del piano di espansione; nel Plan Zuid di Berlage per Amsterdam sud , la scelta tipologica dell’isolato a corte determina una rassicurante riconoscibilità dell’ambiente urbano; nei progetti di case economiche elaborati dall’Istituto per le Case Popolari di Milano (1908-1920), gli ensemble di corti generano spazi non più pubblici e attraversabili ma privati e appartati, destinati alle colture dell’orto e quindi più domestici e introversi. E se, negli anni tra le due guerre, la rinuncia alla memoria storica del Movimento Moderno manda in frantumi l’idea di corte come generatrice di forma urbis, la forma chiusa dell’isolato riaffiora negli anni Cinquanta e Sessanta grazie alle nuove organizzazioni spaziali dei quartieri residenziali e delle nuove forme dell’abitare collettivo.
Dagli anni Ottanta ad oggi un numero sempre maggiore di progettisti di alto profilo ha scelto di rivolgersi nuovamente a questa logica insediativa, sia in qualità di elemento privilegiato d’indagine dello spazio urbano contemporaneo, sia perché “formula magica” in grado di rendere avverabile un abitare verde, tranquillo, sostenibile e salubre anche se in centro città. Nel panorama europeo contemporaneo gli esempi di accattivanti riletture del tipo edilizio a corte sono moltissimi, dai recenti quartieri sub-urbani di Madrid al quartiere Céramique di Maastricht, dalle Zac (Zone d’Aménagement Concerté) parigine ai blocchi a corte dei recenti Pru (Piani di riqualificazione urbana) milanesi.

In alto da sinistra a destra, isolati dell’Eixample di Barcellona, 1859-1900 e veduta del Plan Zuid di Berlage, 1900-1917; in basso, Quartiere Céramique di Maastricht e PRU Area ex-maserati a Milano, 1996-2013.

In alto da sinistra a destra, isolati dell’Eixample di Barcellona (1859-1900) e veduta del Plan Zuid di Berlage (1900-1917); in basso, Quartiere Céramique di Maastricht e PRU Area ex-maserati a Milano (1996-2013).

Questa persistenza del tipo residenziale a corte dimostra che, nonostante alcuni significativi intervalli, la lenta evoluzione di questo tipo urbano non si arresta mai. Il blocco a corte, infatti, muta progressivamente il proprio rapporto con il suolo, con il limite e con l’ambiente urbano assecondando i mutamenti della cultura del progetto, fin’anche alla contraddizione dei propri lineamenti e alla negazione della propria nozione tradizionale di “recinto” in favore dell’isolato aperto. Il suo itinerario nella modernità è come un filo rosso in grado di tendersi, senza soluzione di continuità, tanto dinanzi ai fenomeni dell’inurbamento della città ottocentesca quanto dinanzi all’attualità sociale della liquidità bahumaniana . Questo perché il tipo insediativo a corte non è un’architettura di oggetti, bensì di relazioni. I suoi caratteri distintivi emergono infatti dall’osservazione dei suoi rapporti con la città, con la dimensione socio-collettiva e con il tessuto morfologico e non è la sua “forma urbana” a determinarne la continuità nel tempo, bensì la sua capacità adattiva e ri-codificativa nel relazionarsi alla vita socio-collettiva.
Edificio/strada, interno/esterno, pubblico/privato. Queste le relazioni che, decomponendosi e ricomponendosi rapidamente, in modo vacillante e a volte incerto, concorrono a definire il tipo a corte nella città contemporanea:

• edificio/strada. La relazione di reciproca influenza tra costruzione e strada si fonda sull’opposizione e sulla differenza tra il suo perimetro (limite), a diretto confronto con la strada, ed il suo centro (nucleo), con un conseguente orientamento introverso degli alloggi;
• esterno/interno. La natura dello spazio racchiuso ed il suo rapporto con la città variano rimodulandosi coerentemente al mutare delle istanze psico-sociali, dando vita a rapporti dialettici tra lo spazio privato, proprio delle abitazioni e lo spazio esterno della strada;
• pubblico/privato. La combinazione basata sull’uso del cortile (pubblico, semipubblico, privato) fra sistemi di accessi e percorsi di attraversamento, determina il carattere della corte stessa: retro introverso e privato o piazza pubblica adibita a parco.

E’ proprio la mutevolezza di queste relazioni a far emergere i nodi problematici specifici della residenza a corte nei contesti urbani e a portare alla luce la permanenza e le trasformazioni di questa particolare struttura morfo-tipologica.

2. La rottura della fortezza
Organismi chiusi e sistemi aperti

La recente ripresa della sperimentazione architettonica sull’isolato urbano e sul tipo a corte ha determinato negli ultimi anni un “ritorno al blocco” per la città contemporanea. Tuttavia, le forme chiuse e addensate dell’isolato-fortezza del modello industriale ottocentesco hanno lasciato il passo a sistemi aperti o semi-aperti permeabili, in sintonia con la necessità della città contemporanea di acquisire spazi di intermediazione tra pubblico e privato e di consentire quella mixité funzionale imperniata sulla trasversalità e sulla crescita sistemica della città. La trasformazione dei modi di vivere richiede modificazioni degli spazi per abitare che si evolvono scomponendosi, dilatandosi e assecondando così l’indeterminatezza della città contemporanea.
E’ Christian de Portzamparc, nel corso degli anni Settanta, il primo a declinare la teoria dell’îlot ouvert (l’isolato aperto), opponendosi con risolutezza al blocco haussmanniano e al piano libero lecorbuseriano dei grandi blocchi. Concretizzata per la prima volta negli alloggi popolari parigini delle Hautes-Formes (1974-1980), la rarefazione dell’isolato si compie nella frammentazione del blocco a corte in sette edifici che, uniti tra loro solo da arcate e porte, si affacciano su un grande passage aperto e su una piazza quieta e riparata ma aperta alla città.
Ed è proprio questo processo di frammentazione ad instaurare quel rapporto dialettico tra spazio privato e spazio pubblico, tra introversione e permeabilità, tra schermatura e apertura alla base delle successive sperimentazioni su scala europea.
A Barcellona i tre blocchi residenziali realizzati da Carlos Ferrater nei pressi della Villa Olímpica (1989-92) in un distretto industriale dismesso, sono un esempio emblematico di riscrittura contemporanea del tracciato ottocentesco, aprendone però le maglie e sovrapponendone le funzioni, affinché il blocco perimetrale e la corte si relazionino alla città in maniera permeabile e vicendevole.
Ferrater si pone in netta coerenza con la griglia morfologica del Plan Cerdà, del quale l’intervento occupa tre lotti, assecondandone il principio ottocentesco additivo degli isolati in sequenza, ma interrompendo la continuità dei corpi di fabbrica con ampi varchi in successione gli uni rispetto agli altri, generando un asse trasversale che unisce le tre corti. Le aperture e gli svuotamenti operati nei blocchi culminano nel terzo isolato, la cui corte, completamente aperta perché incompleta nel suo perimetro, diviene una piazza pubblica con centro commerciale. La manzana-cerrada cerdiana si apre quindi alla permeabilità, alla mixité e all’ibridazione tipologica, realizzando una sostanziale reinterpretazione dello spazio “avvolto” che, inteso non più come vuoto ma come sistema, concorre affinché lo spazio urbano sia fluidamente partecipe di un rapporto variabile e assiduamente allacciato tra architettura dell’edificio e intorno.

A sinistra, Christian de Portzamparc, isolato aperto  delle Hautes-Formes (Parigi 1974-1980); a destra, Carlos Ferrater, tre isolati residenziali alla Villa Olimpica (Barcellona 1989-1992).

A sinistra, Christian de Portzamparc, isolato aperto delle Hautes-Formes (Parigi 1974-1980); a destra, Carlos Ferrater, tre isolati residenziali alla Villa Olimpica (Barcellona 1989-1992).

I blocchi e gli isolati della città contemporanea, dunque, sembrano esprimere la reciprocità tra pubblico e privato dilatando i propri confini, aprendosi all’ambiente urbano e interagendo con la città non più come dispositivo separato e immobile ma con fluenza e permeabilità. Questo perché nel blocco a corte le soluzioni progettuali non scaturiscono più da assunti tipo-morfologici, ma da opportune strategie e con l’intento di confrontarsi con argomenti ben precisi: soglie, flussi, reciprocità, paesaggio.
Tra le innumerevoli riletture in chiave contemporanea del rapporto tra blocco a corte e città si vedano, ad esempio, le residenze sociali Louis Blanc a Parigi di ECDM Architectes , dove il nuovo volume si solleva da terra grazie ad una foresta di pilotis inclinati, scoprendo l’ingresso alla verde corte semi-aperta già dalla strada, in modo che l’ambiente urbano vi si relazioni in modo naturale. Oppure si consideri la grande corte-piazza del Central Saint Giles di Londra, delimitata da un basamento trasparente quasi smaterializzato, e attraversata da passaggi pedonali che esaltano la permeabilità del complesso aperto al pubblico, attorno alla quale gli edifici dell’isolato si dispongono come volumi autonomi.
Il blocco a corte, nella vicenda contemporanea della residenza, scopre anche il paesaggio, confrontandosi per la prima volta con l’ampio tema del rapporto con la natura e con la lettura della stessa come orizzonte indispensabile della ricerca architettonica contemporanea.

A sinistra, Renzo Piano, Central Saint Giles, veduta aerea e pianta dell’attacco a terra (Londra 2001-2010); a destra, Christoph Mayr Fingerle, Blocco EA7 del complesso residenziale CasaNova (Bolzano, 2006-08).

A sinistra, Renzo Piano, Central Saint Giles, veduta aerea e pianta dell’attacco a terra (Londra 2001-2010); a destra, Christoph Mayr Fingerle, Blocco EA7 del complesso residenziale CasaNova (Bolzano, 2006-08).

Al suono dello slogan “Abitare nel parco”, Christoph Mayr Fingerle realizza a Bolzano nel 2008 il “castello” EA7 del Complesso CasaNova, blocco residenziale basato sul principio della corte costruito secondo criteri di sostenibilità energetica (certificazione CasaClima A) e di progettazione partecipata. Il progetto si pone l’obiettivo di risolvere il delicato rapporto città-campagna, avviando un dialogo con il paesaggio vicino e cercando di creare le condizioni ottimali per la formazione di micro-comunità. La forma sghemba della corte si qualifica con frequenti aperture “di scena” verso i frutteti circostanti e le cime montuose, aprendone la prospettiva come un cannocchiale sul paesaggio e richiamando la pendenza del profilo montuoso circostante nelle coperture inclinate, segno identitario del territorio trentino.
La complessità di questo progetto, dalle tipologie abitative convenzionali, si gioca tutta sulle relazioni tra pubblico e privato e tra sopra e sotto-suolo. L’irregolare corte interna infatti, con il suo sapiente intreccio di giardini pubblici e privati, non è l’unico luogo di incontro per lo svolgimento della vita comunitaria. Gli ampi atri dei garage interrati, progettati non solo come ambiti di passaggio ma come vere e proprie piazze sotto-quota nelle quali sostare, si trasformano in suggestivi spazi collettivi illuminati e ventilati naturalmente da grandi aperture sul parco. La corte, oltre ad aprirsi al paesaggio, si sdoppia, riproponendosi nel sottosuolo e generando una dimensione pubblica complessa, dalle suggestive esperienze spaziali.

Renzo Piano Building Workshop, Quartiere Le Albere a Trento. A sinistra immagine di una delle corti.

Renzo Piano Building Workshop, Quartiere Le Albere a Trento. A sinistra immagine di una delle corti.

A Trento Le Albere di Renzo Piano si confrontano con gli elementi naturali del contesto circostante, avviando un armonioso dialogo con il fiume e le montagne, traendone continua ispirazione e privilegiandone la lettura da ogni angolazione degli ampi cortili. Il progetto viene concepito proprio come un “pezzo di città”, dove la mixité funzionale (residenziale, terziario e commerciale) genera strade, piazze, giardini e verdi cortili relazionati tanto alle aree di pertinenza dei blocchi residenziali quanto al Museo della Scienza (MUSE), senza soluzione di continuità tra pubblico e privato. L’intera area è scandita da blocchi in linea, siti lungo l’asse della ferrovia e destinati alle funzioni non residenziali, e a corte, caratterizzati da diversi “tagli” o passaggi che consentono una comunicazione continua tra strade e giardini condominiali interni. Gli edifici dei blocchi a corte godono di un doppio affaccio, rivolgendo i propri ambienti sia sulla strada pubblica e sul parco, sia verso gli spazi di verde privato all’interno delle corti, con un sistema isotropo di affacci di ambiti privati su spazi pubblici, semi-pubblici e privati. I cortili, accessibili anche ai non residenti e permeabili, assumono i caratteri di una piazza e possono essere attraversati suggerendo alternativi percorsi nel verde per raggiungere il parco.

3. Membrane osmotiche dell’abitare
Blocchi compatti e sistemi porosi

Se la corte ha ormai definitivamente perso l’antica funzione di statico “retro” domestico ed è oggi sempre più assimilabile a una dinamica e spigliata piazza urbana, il blocco perimetrale si relaziona a questa inversione ri-modulando la propria consistenza fisica e ri-scrivendo il rapporto tra i propri pieni e vuoti in maniera del tutto inusitata.
A seconda della consistenza dei livelli volumetrici e materici del blocco o della rarefazione di entrambi i parametri, la città contemporanea si confronta con blocchi a corte “compatti” o “porosi”.
Ad esempio l’edificio a corte Botania , realizzato da Frits van Dongen già autore del celebre The Whale ad Amsterdam, segue la logica del blocco compatto, definendo l’isolato con una volumetria imponente dall’indiscussa consistenza fisica, la cui stereometria risoluta e severa cinge del tutto la corte interna. Poroso è invece il complesso Nordlyset realizzato da C.F. Møller Architects a Copenhagen nel 2006, che, puntando su una volumetria alleggerita da un gioco di vuoti sfalsati, rinuncia alla rigidezza dei propri spigoli e alla materialità della propria stereometria, per abbracciare l’effetto formale di una trama aperta che alterna superfici murarie piene a trasparenze cromatiche eteree. I vuoti sono interpretati come piccole logge private condivisibili da più appartamenti e anche come luoghi di transito e di relazione, dove la creazione di balconi e passerelle favorisce la ventilazione e l’illuminazione naturali.
Sugli stessi principi di erosione e permeabilità si basa il progetto dello studio ACM Arquitectura per alloggi a basso costo nel quartiere di Carabanchel di Madrid, area che da circa un decennio è divenuta un vero e proprio campo di sperimentazione sul tema del social housing.
Il blocco “poroso” realizzato dallo studio ACM circoscrive un isolato residenziale aperto, perforato ed eterogeneo, che protegge una corte semi-pubblica al proprio interno consentendone allo stesso tempo la connessione con il resto dell’ambiente urbano, visibile attraverso le ampie forature al piano terra. Il blocco, pur avendo una struttura essenzialmente chiusa, presenta prospetti altamente permeabili, generati dall’accatastamento di una serie di coloratissimi container industriali gli uni sugli altri che, sovrapposti su cinque livelli, danno vita a cellule abitative di grandezza e taglio variabili. Le abitazioni beneficiano tutte di un doppio affaccio e sono separate tra loro da patii in quota – spazi privati aperti e coperti sempre attigui a cucina e soggiorno – che, attraversando l’intero spessore del corpo di fabbrica, generano una serie di perforazioni allocate ad ogni piano in posizione differente.
Se in questo caso, come nel complesso Nordlyset, è il principio di sottrazione a determinare la porosità del blocco, la compattezza del progetto di Coco Arquitectos per la realizzazione di 168 alloggi popolari sempre a Carabanchel, è invece generata dall’applicazione del principio di addizione.
L’imponente volume, addensato materico e coeso, si caratterizza per gli aggetti delle “stanze appese”, volumi talmente protesi verso l’esterno da farne istintivamente dubitare, che aggiungono ai piccolissimi appartamenti un locale in più. Il blocco, sviluppato parallelamente alla pendenza del suolo, ricalca fedelmente tutto il perimetro dell’isolato e si chiude su se stesso definendo al proprio interno un’ampia corte adibita a giardino privato e riparata dai clamori della città, sulla quale si affacciano gli alloggi. Tutte le cellule abitative, anche se di dimensioni minime, beneficiano dell’ampio sviluppo di facciata che consente una doppia esposizione di tutte le stanze. La tipologia del blocco a corte, qui più che mai riconoscibile nella sua compattezza, ribadisce in questo progetto i suoi tradizionali caratteri di chiusura, introversione e monoliticità.

In alto a sinistra, C.F. Møller Architects, Complesso residenziale Nordlyset (Copenhagen 2006); a destra, Studio ACM, 82 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2009). In basso a sinistra, Coco Arquitectos, 168 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2007-2010), a destra, MVRDV con Blanca Lleó Asociados, complesso Celosía a Sachinarro (Madrid 2010).

In alto a sinistra, C.F. Møller Architects, Complesso residenziale Nordlyset (Copenhagen 2006); a destra, Studio ACM, 82 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2009). In basso a sinistra, Coco Arquitectos, 168 alloggi a Carabanchel (Madrid, 2007-2010), a destra, MVRDV con Blanca Lleó Asociados, complesso Celosía a Sachinarro (Madrid 2010).

Ma cosa accade quando le dimensioni dell’architettura si ingigantiscono? Può un organismo a corte totalmente filtrante ricostituire, proprio grazie alla sua trama aperta, le qualità tipiche di questo modello residenziale? Può la porosità annullare l’effetto collaterale della grande dimensione di straniamento ed esclusione sociale?
Un valido esempio in tal senso è il complesso Celosía che, realizzato nel 2010 dagli olandesi MVRDV con Blanca Lleó Asociados a Madrid, occupa oltre ventunomila metri quadrati di superficie e realizza 146 appartamenti in dieci piani di altezza. Dimensioni e quantità pari circa al doppio rispetto agli esempi precedentemente osservati. Il blocco sorge nel quartiere Sachinarro, a poca distanza dal celebre Edificio Mirador degli stessi autori, che, con la sua corte sospesa a mezz’aria, si impone sulla città con una massa monolitica e compatta. Per Celosía la soluzione scelta prevede una combinazione di cellule abitative scatolari aggregabili tra loro, i cui incastri e slittamenti realizzano vuoti architettonici alti due piani. Tali vuoti divengono piccole piazze, logge condivise da più appartamenti, passerelle, luoghi pubblici e semi-pubblici di relazione e transito, ricreando in quota le medesime funzioni sociali della corte. Alla corte, privata del suo carattere introverso, si accede attraverso una serie di svuotamenti volumetrici del basamento analoghi a quelli realizzati in alzato, grazie ai quali lo spazio centrale diviene piazza pubblica, attraversabile, vivibile, permeabile e collegata al tessuto urbano.
Si conclude allora che la porosità di un modello residenziale a corte, intesa come relazione biunivoca tra massa e permeabilità, oltre a creare degli ambiti di accesso/filtro totalmente inediti, può consentire la gestione della sfida contemporanea relativa alla grande dimensione, creando spazi sempre nuovi, smaterializzando la matericità del muro e degli involucri e risemantizzando il vuoto come presenza architettonica.

Considerazioni conclusive

Abbiamo osservato che, ognuno a proprio modo, oggi gli edifici residenziali a corte si aprono verso la realtà urbana, con la quale si confrontano attraverso sistemi di saturazione ad alta densità sempre più estroversi, mixité funzionale e spazialità virtuose degli ambiti interni al blocco. Abbiamo inoltre visto che nella relazione tra blocco perimetrale, corte e realtà urbana si gioca l’equilibrio instabile delle reciprocità contemporanee tra pubblico e privato, aperto e chiuso, poroso e compatto, grande e piccolo.
Le nuove identità dell’isolato urbano e del blocco a corte sembrano quindi risiedere non tanto e non solo in nuove articolazioni tipo-morfologiche, quanto nella continua dialettica con la città e nella capacità di ri-configurare continuamente il proprio assetto formale, nel tentativo di dare risposta alle problematiche in continua evoluzione del vivere associato e della cultura collettiva.

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